Pubblicato originariamente su Il Colophon il 5 febbraio 2018.


Squash è una parola che richiama alla mente calzoncini bianchi, muri immacolati e pareti di vetro. Se in Italia è uno sport semi-sconosciuto, in Pakistan (dove è nata la protagonista di questo libro) è tra gli sport più popolari. La storia di Maria parte dal Waziristan del sud, una regione al confine con l’Afghanistan. I pashtun — che abitano quella regione — sono una popolazione fiera e combattente e Maria non è da meno. Nonostante le leggi tribali — particolarmente restrittive per le donne — l’autrice cresce libera e determinata. “Nel posto in cui sono cresciuta, le ragazze come me finiscono in manicomio oppure lapidate. Le più fortunate vengono date in sposa a un membro di un clan rivale, in modo da contaminare il lignaggio della tribù. Io sono il prodotto di uno di questi matrimoni a scopo punitivo: la figlia di una ribelle e di un rinnegato che si sono incontrati per la prima volta il giorno del matrimonio. Eppure il loro è stato amore a prima vista, cosa che gli anziani non avevano previsto, così come non avevano previsto la forza del loro coraggio e dei loro ideali. E scommetto che non avevano previsto neanche me. Una cosa è certa: nessuno poteva impedire alla mia ingestibile famiglia di ribelli pashtun di crescere e moltiplicarsi. Perfino i miei genitori si erano resi conto di avere una figlia diversa. Odiavo le bambole, non sopportavo i vestitini leziosi e avevo un rifiuto per tutto ciò che riguardava anche lontanamente l’universo femminile. Non mi sarei mai sentita realizzata dentro una cucina o tra le mura domestiche. Io avevo bisogno di stare all’aria aperta e correre libera: esattamente quello che la legge tribale proibiva”.
A quattro anni, Maria, consapevole delle libertà concesse ai suoi coetanei maschi, decide di bruciare tutti i suoi abiti femminili e si trasforma in Gengis. A Gengis è permesso fare tutto ciò che a Maria non è concesso: girare per la città da solo, stare con i monelli di strada e fare sport. Proprio grazie allo sport, il giovane Gengis si sente realizzato. Passa dalle risse alla disciplina sportiva senza battere ciglio. Comincia con il sollevamento pesi: l’esercizio e la forza ci sono, partecipa ad una gara e arriva secondo. “Sull’autobus che ci riportava a casa, mio fratello continuava a lanciarmi delle occhiate, ma non sorrideva. Sospirò varie volte e non parlò. Alla fine lo guardai e gli dissi che se aveva qualche problema era meglio che me lo dicesse. […] Quando parlò, fu in un mormorio che sentii a malapena, anche se in seguito avrei scoperto che ci era voluta tutta la sua forza per tirarlo fuori. Mi disse che si considerava il mio grande difensore, e capii che per tre giorni interi, mentre io vivevo e respiravo la gloria della competizione, lui aveva vissuto nel terrore di deludermi. «Se mai dovessero scoprire cos’hai fatto a Lahore, Maria, battendoli in quel modo, verranno a darti la caccia, credimi. Verranno a cercarti e ti uccideranno»”. Ma non è per questo che Gengis smette di fare sollevamento pesi: quasi per caso, assiste agli allenamenti di una squadra di squash e si innamora della forza e della grazia di questo sport. Iscriversi in palestra e imparare è un passo scontato per il testardo Gengis. Per la testarda Maria, invece, si pongono due problemi: l’iscrizione richiede di presentare un certificato di nascita e la pubertà incombe. Entrambe le cose rischiano di smascherarla, così, con l’aiuto del padre, decide di svelare il proprio segreto. Maria Toorpakai è una giocatrice indefessa: si allena fino allo sfinimento, vince — sia contro i maschi, sia contro le femmine, e, suo malgrado, diventa il simbolo di tutte le “Maria” costrette ad una vita che non hanno scelto. Dato che la nostra storia personale si incrocia sempre con la “Storia”, Maria è costretta ad affrontare l’avanzata dei talebani pakistani: lei e la sua famiglia vengono costantemente minacciati di morte e subiscono vari attacchi, allenarsi diventa quasi impossibile, però Maria trova lo stesso il modo di farlo. “Se fossi tornata all’accademia, i talebani l’avrebbero bombardata: su questo non c’era alcun dubbio. Restare nella mia stanza significava salvare vite. Mi stavano battendo come battevano tutti. Prima mi avevano terrorizzata, poi si erano insinuati nella mia città, nel mio rifugio, nella mia psiche. Mi avevano presa per sfinimento. Non erano ragazzi in un vicolo, erano soldati di un dio furioso. Per la prima volta non riuscivo a vincere. Iniziai a perdere i tornei, uno ogni tanto, contro giocatrici che un tempo erano state alla mia portata. Sapevo che il mio futuro stava svanendo. Nonostante le ore di allenamento in camera, tutto mi sfuggiva tra le mani”.
La storia non si conclude con la sconfitta di Maria, anzi. Maria torna a vincere, prima una malattia tremenda, poi i tornei. Deve abbandonare il Pakistan (oggi vive in Canada), ma non i campi da squash (è la numero 47 delle classifiche mondiali). Resta orgogliosa e testarda: Maria non si sottomette perché è innanzitutto una wazir “nessun potere esterno, per quanto micidiale ed equipaggiato delle armi più moderne, è mai riuscito a sottomettere i waziri o a occupare le nostre terre anche solo per un giorno. […] Ovunque andassi, la mia terra, la mia gente, mio padre mi ricordavano ogni istante che ero una wazir purosangue. Ecco perché anche oggi mi sento prima di tutto una wazir”.


Immagine di copertina: Joy VanBuhler287/365 – Magazines – Flickr CC BY NC ND