Erika Marconato

Costantemente alla ricerca. Porto con me la voglia di imparare

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blueprints of a building

CivicHackingIT – Diario di un progetto vol.1

La spiegazione di cosa sia CivicHackingIT la trovi nell’ultimo post (e sì, concordo con chi afferma che sia un sacco di lavoro). Non vorrei ripetermi, quindi presuppongo tu l’abbia letto. Qui vorrei raccontare un po’ di retroscena sul come nasce e si sviluppa un libro-progetto (se ti interessa, invece, qualche riflessione sul civic hacking in Italia, Matteo ha da poco pubblicato un blogpost a tal proposito, partendo dalla timeline che aveva fatto in precedenza).

Dato che siamo due autori, ognuno ha deciso di imbarcarsi in quest’impresa per motivi diversi, ma abbiamo una visione comune che poggia su due pilastri principali: il civic hacking va raccontato e le nostre voci non sono le uniche che contano.

Non è un’antologia

Abbiamo da poco cambiato il sito (curiosa e dicci cosa ne pensi). Come un buon coltello da cucina, se si decide di avere un sito – ossia un buchino microscopico che permetta di spiare sul e dal progetto – va tenuto efficiente. Il che significa affilarlo, affinarlo e imparare dall’esperienza. Hai mai preparato una cena con un coltello che è stato trascurato? Io sì, ti posso garantire che sminuzzare gli ingredienti è stato parecchio faticoso, mi sono tagliata (con i miei coltelli non era quasi mai successo) e ci ho messo più tempo del normale.

Il nostro sito era nato a fine maggio: avevamo bisogno di una piccola vetrina per presentare il progetto – o meglio, la fase del progetto che avremmo presentato a Open Data Fest. In quel momento, ci serviva per spiegare alle persone che volevamo sentire le loro voci, che cercavamo suos-chefs per aiutarci nella grande cucina della stesura del libro.

Sous-chefs, appunto.

Nelle nostre teste, il sito che avevamo messo in piedi (Matteo ha lavorato alle cose tecniche, io ai testi e alle grafiche) questo messaggio lo lanciava chiaramente: “noi siamo gli executive chef! Sappiamo che ingredienti abbiamo e che menù vogliamo servire!”. Dopo qualche mese abbiamo capito che il messaggio non era così chiaro. Più di qualcuno crede che quello che stiamo facendo è “solo” raccogliere le creazioni dei nostri sous-chefs per poi confezionarle in un piatto finito. Non è così. Stiamo scrivendo un saggio organico in cui alcuni esempi concreti ci servono per far capire meglio alcuni concetti complicati (ad entrambi, annoiano terribilmente quei libri autoreferenziali in cui sembra che l’autore abbia tutte le risposte. Personalmente so che le idee sono semplicemente migliori quando sono libere di circolare e imbrattarsi di altre idee).

Come scegliere i propri sous-chefs?

Fin da quando abbiamo cominciato a parlare di questo libro, prima, e progetto, poi, sapevamo che alcune cose avremmo voluto sentirle dai protagonisti. E, come in tutte le cucine, il personale ha due modi per entrare: annuncio pubblico o scelta dell’executive chef.

La raccolta di storie è andata proprio in queste due direzioni. Da una parte, sapevamo che alcuni dei progetti che abbiamo conosciuto grazie a Spaghetti Open Data sarebbero stati perfetti per alcune specifiche parti del libro (e li abbiamo definiti spintanei). Dall’altra, non volevamo chiuderci alla possibilità di scoprire qualcosa di grandioso (e molte delle candidature spontanee che ci sono arrivate lo sono). In futuro ne parleremo in maniera più approfondita, ma sia le storie spontanee che quelle spintanee fanno parte di un’ottima brigata di cucina. Per il momento, sappi che creare suddetta brigata è un impegno: tempo e organizzazione sono essenziali.

Soprattutto, il tempo.

Dove mettere cosa?

Per rispondere a questa domanda, devo raccontarti a che punto siamo con il libro e come ci siamo arrivati.

Al momento stiamo scrivendo la prima bozza. La prima bozza è lo stadio embroniale del libro. Tornando alla metafora culinaria, stiamo facendo il brodo per il risotto. Ci siamo divisi i capitoli e ognuno dei due sta scrivendo la propria parte, inserendo anche le storie che abbiamo raccolto finora.

Il passaggio successivo sarà una prima revisione (che farò io) che renderà coerenti stile e forma (scriviamo e pensiamo in maniera diversa, ma il libro è uno e ci tengo che sia percepito come un unico risotto, non come riso, zucca e formaggio). Dopodiché, affineremo il libro facendo tutte le revisioni e bozze che servono per renderlo il migliore risotto che possiamo creare da soli, prima di mandarlo ai lettori beta (di tutto questo processo, però, scriverò nei volumi futuri di questa “rubrica” per il mio blog). Stiamo anche cercando di capire se questo sia il modo migliore di lavorare per noi, forse no, forse sì.

“Aspetta, state scrivendo, ma avete già i capitoli?”

Ottima osservazione.

Generalmente, gli scrittori, specialmente di narrativa come me, si dividono in due categorie: i pianificatori e gli improvvisatori. Gli americani li definiscono plotter o panster. Per capire la differenza nel metodo di lavoro, ti consiglio di leggere questo articolo di Jane Friedman. In breve, i pianificatori hanno bisogno di avere su carta tutta la struttura del libro (archi dei personaggi, colpi di scena, partenze, finale, etc.) prima di scrivere; gli improvvisatori preferiscono partire da un’idea generale e lasciarla sviluppare da sola, metaforicamente parlando. Non c’è un metodo giusto e uno sbagliato, solo uno giusto PER TE o sbagliato PER TE.

Infatti, io sono un mix tra le due cose, ma sono più vicina ad un panster che ad un plotter. Sapevo, comunque, che questo tipo di approccio non avrebbe mai funzionato per un saggio, specie se lungo, perché prima di tutto sono pigra. Scrivere un saggio in modalità panster implica sobbarcarsi almeno un paio di macrorevisioni in più (quelle in cui scopri con orrore quanto sei capace di sbrodolare quanto scrivi, quelle in cui trovi i buchi narrativi – che sono possibili anche nei saggi, quelle in cui ti accorgi che non sei chiaro come credi quando scrivi). Lo so per esperienza. Queste macrorevisioni sono una delle cose più tediose del processo di scrittura, per me. Le faccio, ma le odio. Matteo, invece, le adora. Dato che abbiamo scritto insieme altre cose, sapevo prima di iniziare che il suo è un metodo “braindump”: butta tutto (idee, fonti, riflessioni, brodo, uova, cioccolato) in un unico pentolone e li fa diventare un risotto con affinamenti successivi tramite revisioni macro e micro (toglie, mette, elabora, sistema, corregge, riscrive). Le macrorevisioni e Matteo hanno una storia d’amore segreta alle mie spalle. Forse, per quello le odio :).

Comunque, al di là delle macrorevisioni, un altro ENORME problema di non avere una ricetta mentre si scrive un saggio è il rischio di mettere il sale due o più volte, ad esempio. Oppure buttare la chiara d’uovo che ti serve in un passaggio successivo. Per i saggi serve ordine e metodo. Serve la ricetta. Che io non avevo. Per Il Colophon scrivo saggi brevi o recensioni, ma l’unica cosa assimilabile ad un saggio e relativamente lunga che io abbia scritto è la tesi all’università. All’epoca il mio relatore mi aveva fatto compilare un indice di massima, prima ancora di decidere se lavorare con me. Forte di questa esperienza, ho cominciato la ricerca di una ricetta adatta al nostro lavoro. Se c’è una cosa che so fare bene è cercare informazioni online e mi sono imbattuta in questo pdf di Michal Stawicki. Gli ingredienti che avevo in testa c’erano tutti: attenzione al prodotto editoriale, marketing, indice, semplicità e rapidità (questo è pur sempre un progetto che facciamo nel tempo libero). Avevo trovato la ricetta!

Fammi vedere ‘sto indice!

L’indice, già. Se volevi trovare la versione completa, mi spiace deluderti, ma si tratta di 13 facciate ed è più di quanto io stessa possa sopportare di leggere in una volta sola.

fogli su porta

Prova fotografica sulla nostra porta di casa (mancano un paio di pagine).

13 FACCIATE???? SIETE PAZZI????

Ebbene sì. T R E D I C I facciate. Perché il metodo di Michal è quasi totalmente plotter. Il pdf è lapalissiano su come trovare la propria ricetta.

Step #1 – You need 5 main themes that you will address.

Step #2 – Dedicate 2-3 chapters to each theme.

[…]

Step #5 – Plan on having 5 sub-sections per chapter.

Step #6 – Brainstorm 3 questions per sub-section.

Fatto questo, rispondi alle domande per le sottosezioni e ti trovi la prima bozza bella e pronta.

Per il nostro libro, i 5 argomenti sono:

  1. Open Data
  2. Civic hacking (o come ti cambio le dinamiche della società)
  3. Comunità
  4. Zone grigie
  5. Prototipi

La struttura ad albero poi prosegue così (lo copio-incollo dalla bozza privata, se ci sono errori perdonaci):

Open Data – capitoli

1.I Cosa sono

1.II I dati non sono solo numeri

1.III Gli Open Data non sono solo Government Data

Open Data – sottosezioni

1.I Cosa sono

1.I.I definizione di Open Data

(cosa significa Open? Cosa significa data? Cosa significa Open Data?)

1.I.II norme che facilitano Open Data e civic hacker – FOIA4ITALY, Belisario

(quali sono gli obblighi di legge al momento? Vengono rispettati? Gli strumenti dei civic hacker: FOIA, accesso civico)

1.I.III parliamo di standard

(perché sono importanti gli standard tecnologici e non, non reinventiamo la ruota, open by default)

1.I.IV tecnologie

(la tecnologia è un mezzo non un fine, macchine e umani, macchine e macchine)

1.I.V gli Open Data e i civic hacker

(si parte dall’estero, Spaghetti Open Data crea il primo non-portale, il governo crea il primo portale ufficiale)

 Come vedi, al punto 1.I.II c’è sottolineata la storia di uno spintaneo (Belisario).

Come vedi, data la struttura, è abbastanza facile riempire 13 pagine (posso fin da ora promettere che l’indice definitivo che finirà nel libro sarà molto molto molto più corto :D).

“Cioè, mentre decidevate cosa dire, avete anche deciso cosa chiedere ad ogni suos-chef???” Ni: per gli spintanei sì, per gli spontanei no (per loro abbiamo deciso man mano che le ricevevamo). Per le storie spontanee abbiamo aperto un form con una formula più generale, ma che fosse comunque in linea con il resto del libro:

Ci interessa la tua esperienza: le persone cambiano, ma si spera che gli atti di hacking restino, si evolvano, trovino nuove soluzioni. […] Raccontaci che problema hai individuato, come l’hai risolto (o hai tentato di risolverlo – anche le difficoltà trovano spazio),con chi (se vuoi mettere i nomi, ricordati di dirci anche che tipo di competenze hanno portato) e perché, secondo te, è un atto di civic hacking.

Per il resto?

Oltre ad essere partiti dall’indice, stiamo cercando di tenere un approccio snello alla scrittura: lavoriamo quando possiamo nel modo migliore possibile per noi. Abbiamo un “metodo” e degli strumenti che ci aiutano (magari però ne scrivo un’altra volta). Cerchiamo di prenderci dei giorni di pausa (pausa pausa, non evento-pausa), per non rischiare il divorzio. Il progetto è già piuttosto complicato di per sé, in più siamo due executive chefs. Fare un minestrone (sia in senso metaforico, che come frase idiomatica) è un attimo ;)!

Ps. ci stiamo informando su come applicare il metodo AGILE alla scrittura di questo libro (qui e qui trovi due esempi di due autori che l’hanno fatto). Ci sembra una cosa molto sensata essere il più inclusivi possibile, sia con i lettori, sia con gli eventuali editori, ma siamo un po’ sopraffatti dal processo. Vediamo cosa riusciremo a fare. Nel frattempo, ti interessa leggere di più dell’indice? Faccelo sapere via Twitter.

logo #CivicHackingIT

Civic hacking: raccontaci la tua storia!

“Carissima è un sacco che non passi!”.

“Eh, cosa vuoi, sto lavorando ad un nuovo progetto…”

Prendo in prestito questo piccolo scambio avuto con la mia verduraia (adorabile contadina da cui prendo i prodotti direttamente, ma questa è un’altra storia) per annunciare anche qui Civic hacking: comunità informali, prototipi e Open Data, il nuovo progetto a cui sto lavorando con Matteo.

Cosa vuol dire “progetto”? Perché non libro?

Civic hacking è innanzitutto un libro, perché non chiamarlo con il suo nome? La verità è che di civic hacking in Italia si parla poco, ma se ne fa parecchio. Io, da brava cantastorie, sento l’esigenza di raccontarle queste cose, non solo in maniera statica – una volta stampato il libro resta tendenzialmente com’è. Sento l’esigenza di partecipare a conversazioni intorno al tema, di raccontare progetti, di sottolineare il positivo.

Sappiamo che il civic hacking esiste, ma ha bisogno di maggior attenzione: crediamo sia davvero un argomento che merita un filone tutto suo. Quindi, dopo aver capito che il libro avrebbe parlato di civic hacking, ci siamo detti: bene, di sicuro altri ne avranno parlato nel corso degli anni. Anche se recente, non è mica nato ieri.

Ci siamo sbagliati: ci siamo resi conto che in italiano non c’è nulla che approfondisca specificatamente il tema del civic hacking, anche se in Italia ci sono molti progetti e molte storie che meritano di essere conosciute e raccontate e che sono civic hacking per davvero. Raccontarle potrebbe stimolare una riflessione collettiva, specie per farle diventare delle buone pratiche.

Come vedi, anche Matteo ha bisogno di andare oltre al libro.

Per quanto mi riguarda, sono stanca di cadere nell’inganno del “se le cose sono sempre andate così, andranno ancora così” (e ci cado più spesso di quanto vorrei). Sono stanca perché è una bugia: me lo hanno dimostrato molte volte le persone della comunità di Spaghetti Open Data. Sono stanca perché è un errore: ci sono moltissimi italiani che si prendono cura della cosa pubblica, non solo tecnici o smanettoni. Sono stanca perché è uno stereotipo: credo sia difficile da sradicare proprio perché non c’è una narrazione concorrente, positiva, mantenendosi onesta, non tecno-entusiasta.

Quindi Civic hacking è un progetto, un tentativo di andare oltre, di hackerare lo spazio limitato del libro. Come? Oltre a scrivere il libro (se passi a trovarci, vedrai che il libro si sta inghiottendo la nostra casa), curiamo una newsletter settimanale (se ti interessa, compila pure il form che trovi a questo link http://eepurl.com/cUKXyH) e segnaliamo cose su Twitter usando #CivicHackingIT (lo monitoriamo anche, nel caso tu voglia segnalarci qualcosa lì). Parliamo come mangiamo per noi non è uno slogan: uno dei primi punti che abbiamo chiarito tra di noi è che ne abbiamo le tasche piene di professoroni che si riempiono le bocche di parole e non dicono nulla. Siamo parte di questo momento storico e di questo “movimento”, perché dovremmo usare parole vuote per raccontare storie piene di significato? Perché dovremmo presupporre di sapere tutto, quando ogni giorno c’è un nuovo modo per prendersi cura della cosa pubblica?

Raccontaci la tua storia di civic hacking!

Ai raduni di Spaghetti Open Data ho imparato ad ascoltare: moltissime persone all’interno della comunità mi hanno raccontato atti di cambiamento straordinari per il semplice fatto che prestavo loro orecchio. Economisti, giornalisti, cittadini, informatici, dipendenti della Pubblica Amministrazione. Molti mi hanno raccontato le loro storie, permeandole di “ma cosa vuoi che sia?” oppure “non è niente di particolare”, non sapendo che a me quei racconti sembravano straordinari, come le persone che li facevano. Straordinari per il semplice fatto di essere stati fatti: trovare un problema – per quanto piccolo – e studiarne una soluzione. Atti straordinariamente ordinari.

Tutto questo cosa ha a che fare con te? Tutto o niente, dipende. Dipende soprattutto da te, da come ti vedi nel mondo.

Serve riflettere su come diventare resilienti e includere altri che vogliano mettersi in prima linea e cogliere la bellezza e la fatica di questo modo di essere, per lasciarsi guidare dalla curiosità di rompere le cose e capire come sono fatte, come funzionano e poi migliorarle. Magari scoprendo che funzionano con pezzetti diversi, grazie a ricombinazioni differenti.

Se in questa visione ti riconosci; se hai una storia che coinvolga Open Data, prototipi, comunità informali e/o zone grige (quelle strane possibilità che si creano a volte. Parafrasando Pareto, l’innovazione sta nel creare nessi nuovi tra cose note); se hai fatto qualcosa di concreto per un problema reale (vuoi un paio di idee? Questo è quello che stanno facendo a Puerto Rico, questo è quello che stanno facendo dopo il sisma dello scorso anno, questo è quello di cui stanno parlando in Brasile). Tutti questi se, nel caso siano sì, sappi che vogliamo sentire la tua storia! Nonostante il libro non sarà un’antologia, vorremmo che i civic hacker italiani raccontassero con la loro voce quello che fanno, mentre io e Matteo definiremo cosa fa di un civic hacker, un civic hacker.

non solo tecnologia, ma un modo per scardinare vecchie abitudini, un modo per riprendersi il proprio ruolo di cittadini, un modo per risolvere problemi.

Ci interessa la tua esperienza: le persone cambiano, ma si spera che gli atti di hacking restino, si evolvano, trovino nuove soluzioni. Hai tra i 500 e i 3000 caratteri(spazi inclusi) per raccontarci il tuo atto di civic hacking. Raccontaci che problema hai individuato, come l’hai risolto (o hai tentato di risolverlo – anche le difficoltà trovano spazio), con chi (se vuoi mettere i nomi, ricordati di dirci anche che tipo di competenze hanno portato) e perché, secondo te, è un atto di civic hacking.

Nel caso tu decida di raccontarci la tua storia, per favore leggi ATTENTAMENTE le linee guida. Non è cattiveria, ma se non rispetti le indicazioni perdi tempo tu e perdiamo tempo noi.

Detto ciò, spero di inserire anche la tua storia tra quelle a cui ho prestato orecchio ;).

 

Ps. per mantenere la conversazione, aggiornerò il blog più spesso. Anche Matteo si è impegnato a raccontare qualcosa del processo nel suo di blog (http://www.dagoneye.it/blog/), nel caso ti piaccia di più una narrazione dal punto di vista di un “famoso civic hacker”.

IO guido car sharing

Sono un po’ più hippie: niente più auto

Mettiamola così, io è da almeno dieci anni che non ho una macchina mia. L’unica automobile che io abbia mai posseduto era Diotima, una Toyota Carina verde scuro, che a me pareva piuttosto figa (non lo era)  e che ha tirato le cuoia un paio di anni dopo l’acquisto, grazie al mio fratellino.

Diotima era l’auto di mio padre, ma io a diciotto anni ero mi sentivo adulta, volevo una macchina mia e avevo dei soldi da parte. In più abitavo in periferia, i mezzi pubblici erano da sfigati (il Ciao con cui andavo in giro, invece…) e non volevo rendere conto a nessuno di come e quanto usavo la macchina. Fatevi due conti? Potevo forse “prenderla in prestito”? Assolutamente no. Quindi ho comprato la mia prima macchina, passaggio di proprietà e tutto. Pensandoci ora, è stata un’idiozia, non solo perché non mi ero ancora resa conto di quanto costasse mantenere un’auto, ma anche perché non avevo considerato che quall’auto poteva avere solo un paio di anni davanti a sè. Nella mia testolina, sarebbe stata la mia cavalcatura per molti anni a venire: io l’avrei guidata fino a che non fossi stata in grado di comprarne una nuova. Nel frattempo sarebbe stata la mia macchina, avrei guidato ovunque (cosa che ho fatto visto che in meno di due anni ho fatto quasi 140.000 chilometri), sarei stata indipendente/cool/realizzata e, soprattutto, Diotima non avrebbe mai e poi mai avuto bisogno di una riparazione e del meccanico, solo un cambio d’olio ogni tanto, via.

La realtà mi ha colpito ben presto: essendo a metano, dopo meno di sei mesi dall’acquisto ho dovuto pagare la revisione delle bombole (circa 2.000 euro, se non ricordo male). Essendo non nuovissima, il cambio d’olio non era l’unica cosa che bisognava affrontare nel lato manutenzione. Essendo usata soprattutto in città, c’erano delle spese impreviste (quella simpatica volta in cui mi hanno tolto un specchietto retrovisore facendo manovra; quell’altra simpatica volta in cui mi hanno rotto l’altro specchietto con la portiera; la terza simpatica volta in cui uno mi è venuto addosso perché non ha visto che frenavo – volta, in cui ci tengo a sottolinearlo – sono stata così cretina da pensare che potesse nascere una storia d’amore da una constatazione amichevole).

Insomma, quando mio fratello ha pensato di fare un freno a mano in rotonda e lasciarmi una Diotima a forma di banana, avevo già buttato un bel po’ di soldi solo per avere un mezzo di proprietà con cui muovermi. C’erano alternative? Non me l’ero mai chiesta: sono sempre stata indipendente (leggenda vuole che a tre anni sia tornata a casa da sola dall’asilo, facendo venire un infarto a mezzo paese), quindi non mi piaceva dipendere da cose che non controllavo. Fatto sta che, lavorando part-time (ma soprattutto essendo per lo più studentessa), non mi potevo assolutamente permettere un’altra automobile. Ho ingoiato il rospo e ho comprato una bici, mi sono informata sugli autobus del mio paesello e ho cominciato a modificare la mia idea di mobilità.

Cosa vuol dire “idea di mobilità” e ne abbiamo tutti una?

La risposta alla seconda parte della domanda è sì. Come ci immaginiamo di muoverci da un punto A ad un punto B (cosa usi per muoverti ogni giorno) è uno di quelle idee che ci ritroviamo in testa senza rendercene conto.

Immaginate di scrivere una storia (una storia qualsiasi) con dei protagonisti adulti: come si muovono i vostri personaggi? Se sono a New York, probabilmente, in taxi (auto = servizio); se sono a Londra o a Milano la metropolitana non la schiferanno (auto = a volte perché se perdo il parcheggio…); se sono a Venezia si consumeranno le suole a furia di camminare (auto = utilizzo straordinario). Se, come me, i personaggi sono cresciuti nella ridente campagna veneta? L’auto – o motorino – di proprietà sarà sempre l’alternativa principale: mezzi pubblici non ce ne sono molti, d’inverno piove-fafreddo-c’èlanebbia, i bus sono per i ragazzini. A proposito di ragazzini, ricordo perfettamente che molti dei ragazzi che popolavano il chiassoso autobus delle sei (il primo dei molteplici mezzi che usavo per arrivare all’università) facevano una cosa che io ho sempre trovato buffissima: scendevano al capolinea del bus per saltare nella macchina di uno dei loro coetanei automuniti e arrivare a scuola con quella. Non importa che la loro scuola fosse a distanza di piede, non importa che un paio di fermate prima erano più comode per la scuola, non importa che l’auto non fosse loro: l’importante era non arrivare a scuola come dei poveracci. Coi mezzi. A piedi. Bleah! Non importava che la macchina fosse la loro, l’importante era poter utilizzare un’auto. Una qualsiasi.

Non hai l’auto? Sei uno sfigato!

Non avere un’automobile ad una certa età (passati i ventidue/ventitre) è considerato indice di un certo disagio (se non hai i soldi manco per permetterti una macchina, come ti puoi dire adulto?). Si passa da una visione accesso-centrica (non importa che sia la Multipla di tua madre, l’importante è avere un mezzo), ad una visione possesso-centrica (vai ancora in giro con la macchina dei tuoi? Perché?). Certo, nel mio caso specifico (ero studentessa, non potevo prendere la macchina dei miei e avevo degli amici molto disponibili) l’onta era molto mitigata, ma più di qualche volta mi sono state lanciate delle occhiatacce. Hai poco da spiegare che si può fare altrimenti: avere un mezzo di trasporto proprio nella ridente campagna veneta è un must per essere considerati perlomeno vicini all’essere adulti.

Quando vivevo a casa dei miei, ad un certo punto, eravamo quattro patentati con quattro automobili. In altre case era diverso, ma da noi era impossibile organizzarsi: mia madre lavorava a turni, mio padre doveva calcolare il tempo per arrivare al lavoro, io e mio fratello semplicemente eravamo giovani e stupidi e non ci saremmo mai fatti vedere insieme. Tutto questo, però, già allora mi faceva riflettere (soprattutto perché, essendo l’ultima che tornava a casa, non trovavo mai parcheggio sotto casa). Possibile non riuscire ad ottimizzare?

Auto condivisa

Con gli amici/fidanzati andava un po’ meglio, d’altra parte si andava TUTTI INSIEME nello stesso posto. Anche quando c’era Diotima, spesso ci trovavamo in un parcheggio per condividere il viaggio, farsi venire a prendere a casa, non era molto diverso.

Quelle sono state le mie prime esperienze di viaggi condivisi: erano chiassosi, divertenti e, grazie a loro, sono piena di ricordi imbarazzanti. Condividere l’automobile mi andava benissimo, dipendere dalle amiche/amici pure (con gli amici più di vecchia data il rapporto si è cementato a spritz e viaggi per arrivare a bere il suddetto spritz). Ogni momento insieme era una gioia, capirsi non era difficile, quando si saliva in macchina bisognava solo scegliere la musica: nessuna/o di noi si turbava. Organizzarsi era possibile, anzi era pure divertente.

Dopo Diotima, tutte le auto che ho guidato sono state condivise: anche l’Opel che è stata rottamata ad agosto.

Niente più auto?

Ebbene sì, dopo aver rottamato l’automobile abbiamo deciso di non comprarne un’altra. Dopo anni in cui la frase “una macchina in due serve, non si può fare senza”, siamo passati a “ma hai visto quanto spendiamo al mese per l’auto???? Siamo sicuri di volerne un’altra?”.

Perché avere un auto mi costava 3.000 euro all’anno (e non me ne accorgevo neppure): carburante, bollo, assicurazione, meccanico, cambio delle gomme (non era una macchina a cui si potessero mettere le catene, per cui due volte l’anno bisognava passare alle gomme estive/invernali). Aggiungi pure le (rare) volte in cui la facevo lavare, i prodotti per la pulizia ordinaria, l’antigelo per il carburante, il coso per pulire il motore… Ecco. A rottamarla ho scoperto quanto davvero mi costava al mese (complice anche il fatto che ho cominciato ad usare un’app per tracciare le spese). Vedere la cifra scritta nero su bianco mi ha fatto venire un coccolone. Mi ero già detta “se riuscirò, proverò a stare senza auto”, ma il futuro era indefinito, lontano e, in un certo senso, non mi riguardava davvero.

L’alternativa

Rinunciare all’auto è una scelta che possono fare tutti? No. Io la posso fare perché l’alternativa è COMODA. Abito in una città (Trento) da cui partono molti BlaBlaCar (per quando devo scendere a trovare la famiglia o gli amici). In una città in cui c’è una rete di autubus urbani molto efficienti: gli autobus passano puntuali ogni 20 minuti, coprono tutto il territorio comunale, ci sono anche la sera fino alle 23.15 – che corrispondono alle due di notte in altre città, il cui abbonamento costa relativamente poco. Trento è una città da cui parte il treno, sia per Verona, che per Bolzano, che per la Valsugana. Essendo il capoluogo, è pure punto di passaggio dei Flixbus (una compagnia privata che funziona come il treno sulle tratte lunghe). Trento (non il Trentino) ha un numero sufficiente di auto in car sharing sul territorio. E, volendo, c’è pure il bike sharing.

Il discorso sarebbe molto diverso se abitassi, per esempio, a Levico Terme (sempre in Trentino). Dovrei sgomitare con i ragazzini per entrare in corriera, ci sarebbe solo un treno all’ora (e solo in direzione Bassano del Grappa o Trento), non passerebbero così tanti BlaBlaCar è, in più, sarebbe pieno di turisti al lago (che c’entra poco, ma aiuta a far girare le scatole). Car sharing? Nisba. Bike sharing? Macché.

Abitare a Trento significa trovarsi in una città in cui le strategie politiche ed economiche legate al trasporto vanno in una certa direzione da diversi anni. I servizi ci sono perché c’è dietro una volontà politica e una certa idea della città. Oltre agli abbonamenti economici, ai bus frequenti e ai parcheggi cari come la morte, le varie amministrazioni hanno fatto delle scelte che, di fatto, scoraggiano la vita agli automobilisti (il centro è tutto pedonale, c’è un enorme intrigo di sensi unici per cui per fare 50 metri ci metti sei ore, i parcheggi sono cari e scarsi, i vigili passano spesso, specie in alcune zone). Il tutto facilita il passaggio ad una vita car-free.

Anche l’aspetto tecnologico aiuta: qualche anno fa non avrei avuto uno smartphone con cui prenotare il bus o la macchina, se avessi cercato un BlaBlaCar non ce ne sarebbero stati così tanti e, in generale, sarebbe stato un pochino più difficile.

Come in tutte le scelte della vita, c’è una componente etica, di impatto ambientale, di hippitudine, ma la realtà è che se non fosse facile, se mi ci volesse troppo impegno e fatica, non avere un’automobile semplicemente non sarebbe un’alternativa. Al di là dei costi, un’automobile rappresenta la possibilità di spostarsi, di farlo quando è più conveniente, di fare cose, di vedere gente. Quindi, soddisfare queste esigenze attraverso un servizio, non più una proprietà, è possibile solo se andare da un punto A ad un punto B non diventa una mini Odissea.

Il che non significa che vada tutto bene. Iscriversi al servizio di car sharing è stato un incubo. Il fatto di dover pagare per ogni volta che usi la macchina (cosa che facevo anche prima, ma erano costi in qualche modo nascosti), ha messo in discussione alcune delle cose che avevo scelto di fare (dato che il canile è raggiungibile solo in auto, ho scelto di smettere di andare; dato che il coro che frequentavo è molto lontano e non posso più fare il viaggio con un’altra corista, ho scelto di cambiare coro). In più, devo chiedere più spesso aiuto e abbandonare l’idea che posso fare tutto da sola. Forse ho solo messo in discussione alcune abitudini, non le scelte: canto ancora, vedo ancora i miei amici, faccio la spesa, esco la sera, insomma non è che la mia vita sia stata rivoluzionata, nonostante alcune difficoltà. Il passaggio, per me, non è stato da avere un’auto di proprietà a non averne nessuna, ma da avere una macchina condivisa in famiglia, ad averne più di una condivisa con un sacco di gente. Forse è stato meno traumatico di trovarsi completamente senza automobile, ma ribadisco l’esigenza di muoversi e di avere un mezzo ci sarebbe stata in ogni caso. Solo che ora mi rendo conto che ho bisogno di un servizio, non di un bene.

Se volete leggere un altro punto di vista sulla necessità di passare ad un rapporto di utilizzo (invece che di possesso) delle automobili, il co-fondatore di Lyft ha scritto un lunghissimo post su Medium a riguardo (in cui riflette anche sul modo in cui le città siano costruite spesso intorno alle auto). Qui trovate anche una GIF esplicativa di cosa significa avere una macchina a testa in una città come Seattle.

Quali altri beni uso per rispondere ad una necessità che potrebbe essere soddisfatta da un servizio? Probabilmente molti. Forse troppi. Riflettere su queste cose, per me, è diventato  parte del mio essere “adulta” (sempre tra virgolette, visto che l’ultimo film che ho visto al cinema è stato l’ultimo dell’Era Glaciale :D).

 

Ps. l’immagine è del car shAring di Mestre, ma Carlo è un amico e non ho resistito ;).

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