Pubblicato originariamente su Il Colophon il 9 giugno 2018.


Siamo in India, nella città immaginaria di Brahmpur, appena dopo la dichiarazione d’indipendenza indiana. Savita, nel giorno delle sue nozze, incarna la perfetta timida sposa che ci si aspetta da una ragazza di buona famiglia. Per la madre, Rupa Mehra, è un chiaro segno che anche per la figlia minore, Lata, sia tempo per un matrimonio combinato. Cercarle un buon partito diventa la missione principale di Rupa Mehra: poco importa che Lata abbia altre idee. In questo romanzo seguiamo le vicende dei Mehra, dei Kapoor, dei Khan e dei Chatterji: quattro famiglie legate grazie a matrimoni e rapporti di amicizia. Tutte e quattro queste famiglie sono abbastanza in vista da essere impegnate attivamente nella vita politica ed economica di Brahmpur (che è la protagonista indiscussa di questo romanzo).
Seth, in questo libro, si prende tutto il tempo per raccontarci con dovizia di particolari cosa significa vivere in India: dai matrimoni combinati, alle caste, alla vita post-coloniale. La ricerca di un buon partito (Rupa Mehra ha le idee molto chiare su chi deve essere assolutamente escluso dalla rosa: tutti i maschi di casta inferiore — poveri o ricchi che siano; tutti i pretendenti troppo ricchi, per evitare che Lata venga emarginata; tutti coloro che hanno la carnagione troppo scura, per evitare di avere nipoti dalla pelle scura; tutti coloro che non hanno frequentato il college; tutti i mussulmani e tutti i filo-inglesi) diventa una metafora della quotidianità indiana: un equilibrio superficiale e difficile da mantenere, in cui ad ogni passo si rischia di cadere in fallo; una società fatta di tolleranza apparente, ma pronta ad esplodere ad ogni piccola scossa. Se da una parte ci sono le rivolte di classe sociale, come lo sciopero dei calzolai, o gli scontri di religione, in particolare tra indù e mussulmani, dall’altra parte della narrazione troviamo personaggi segnati da fatti storici concreti, come Abida Khan, parlamentare il cui marito è espatriato in seguito alla separazione dal Pakistan. L’autore usa i rapporti familiari per saltellare da un luogo all’altro: dalla relativa sicurezza domestica, ci ritroviamo nel caos cittadino, fino ad avere tra le mani un enorme guazzabuglio che riguarda l’India intera, man mano che i personaggi si spostano da una città — o una provincia — all’altra.
Anche il romanzo, come l’India di cui ci racconta, è contraddittorio: la mole intimorisce (con le sue milleseicento pagine — milletrecentoventi in edizione inglese — è il libro in lingua inglese più lungo mai pubblicato), ma, una volta immersi nella lettura, il libro sembra troppo breve; i dettagli di cui Seth costella le pagine sembrano inutili e fondamentali al tempo stesso; i personaggi sembrano reali e fittizzi al contempo. Seguire la ricerca del ragazzo giusto diventa una narrazione da romanzo rosa, da romanzo storico e da saga familiare: la scrittura dell’autore segue un filo — non sempre logico — di pensieri che ricorda i giochi d’infanzia, quando ci si rincorreva per acchiapparsi e il bimbo di turno diventava protagonista suo malgrado. I cambi di punto di vista non sempre sembrano sensati, ma, con il passare delle pagine, chi legge si rende conto che sono sempre giustificati.
L’autore richiede al lettore di essere presente e vigile, ma flessibile riguardo a cambi di personaggi, di punti di vista, di luoghi. In un certo senso, è un romanzo corale: come abbiamo già detto, la protagonista è la città i cui abitanti sono solo mezzi per raccontarne la storia. Non c’è dubbio che Il ragazzo giusto sia un romanzo frutto di accurate ricerche e di una buona inventiva, ma è realistico al punto di far dubitare dell’idea che sia frutto di fantasia. Al lettore viene chiesto di perdersi nella rappresentazione di un’India che non è mai esistita, ma che è estremamente verosimile e storicamente accurata. Sospendere l’incredulità e il giudizio di fronte a una real(istici)tà sfaccettata è il patto che Seth chiede di sottoscrivere a chi lo legge. E noi lettori siamo ben felici di adempiere.


Immagine di copertina: Joy VanBuhler287/365 – Magazines – Flickr CC BY NC ND