Pubblicato originariamente su Il Colophon il 3 febbraio 2016.


Una riflessione sulla scrittura come processo collettivo di Erika Marconato

“Non vale la pena di discutere di questo libro: sarà stato messo insieme con un fine commerciale dalla redazione della casa editrice”. Con queste parole, Maria, una lettrice del mio gruppo di lettura, ha liquidato il testo del nostro ultimo incontro: dato che (forse) non era stato completamente realizzato dall’autore nella sua cameretta metaforica, non valeva la pena di essere letto. Non importa a che livello e con che profondità l’editore avesse migliorato forma/contenuto: per quella lettrice, il semplice fatto di non essere totalmente frutto della penna dello scrittore rendeva il libro privo di qualsiasi valore. Non ne sono certa, ma credo che Maria avesse in mente l’Autore (figura mitica e leggendaria, realizzatrice dell’opera perfetta, baciata dalla musa e, perciò, benedetta con il dono della bella composizione), dimenticando completamente che tutti abbiamo bisogno di una mano, qualche volta. Sospetto che, oltre alla capacità lirica, la mitica figura dell’Autore sia dotata di un qualche tipo di alcolico, necessario rifugio contro i capricci delle muse, nonché formidabile incantesimo sciogli-lingua.
Maria — come molti altri lettori — è, probabilmente, legata ad un immaginario legato alla narrazione che risponde ad una definizione piuttosto precisa: il mondo dei sogni ad occhi aperti. Lo scrittore — sia che si avventuri per le impervie strade dell’autopubblicazione, sia che decida di tentare sentieri più tradizionali — deve necessariamente inserire la sua creazione in un processo collettivo.
Fatemelo ripetere con parole più semplici: fare tutto da soli non funziona (anche se si decide di autopubblicarsi). Così come è impensabile che una bottiglia di vino nasca dal lavoro di una sola persona, è impossibile che una narrazione trovi la sua forma perfetta solo attraverso un paio di mani. Se addirittura Stephen King (gentiluomo che si mantiene grazie ai profitti dei suoi libri e che sforna, in media, un libro all’anno) ha dichiarato pubblicamente nel suo On Writing, recentemente ripubblicato da Frassinelli, che le sue creazioni sono in qualche modo “collettive”, che speranze ci sono di fare tutto da soli per la pletora di utilizzatori di parole dei giorni moderni? Per continuare la metafora etilica, il signor King è decisamente il padrone della vigna, ma la signora King è quella che la pota e la porta al livello di rendimento migliore. Ogni pezzo del re dell’orrore viene visionato e letto da sua moglie che, per ammissione dell’autore, svolge due ruoli fondamentali: il lettore beta (quello a cui far leggere la versione migliore — ma comunque perfettibile — del nostro manoscritto) e l’editor (quello che ti consiglia di tagliare le parti noiose). Questo PRIMA di pensare alla pubblicazione. Addirittura prima del processo di editing vero e proprio (che è ampiamente raccontato qui).
Non siamo ancora usciti dalla cameretta metaforica e abbiamo già tre figure manifeste che contribuiscono all’opera: scrittore, lettore/i beta ed editor. Dico manifeste perché ci sono anche molti “aiuti” invisibili (il programmatore che ha scritto il codice dietro il programma usato per comporre i testi; i dipendenti della cartiera che ha confezionato il quaderno su cui l’autore potrebbe aver preso appunti; eccetera). Considerando gli ausili ovvi e meno palesi, l’Autore è già circondato da una piccola folla, pur trovandosi ancora in una fase privata della produzione. La schiera di aiutanti è destinata ad allargarsi ancora man mano che l’opera raggiungerà una dimensione più pubblica: tutti i nomi che si trovano nelle pagine dei ringraziamenti fanno parte di un processo collettivo che sostiene lo scrittore nel processo creativo. Avete mai contato il numero di persone citate alla fine del vostro libro preferito? Il nome sulla copertina non è l’unico che conta, almeno non per chi decide di far fruttare la vigna metaforica e mettersi a scrivere.
Lo stereotipo del genio isolato, intelligente e trasgressivo che affascina così tanto la signora Maria, si sta sgretolando poco a poco. Il motivo è semplice: la narrazione è un processo artigianale, non magico o esoterico. Esattamente come la trasformazione da uva a vino: entrambi procedono per tentativi, per successive affinazioni, per piccoli passi. Sia la scrittura sia il vino, necessitano di tempo, di energie, di una squadra. Per entrambi c’è la possibilità — o necessità — di una meta-narrazione: raccontare come nasce una bottiglia di vino o un racconto diventa quasi obbligatorio nella seconda parte degli anni Dieci di questo secolo. Parte della nostra percezione riguardo al valore di entrambi questi “lussi” è legata a come vengono raccontati: vogliamo l’effetto “wow!” (quello per cui avvicini un calice al naso e riesci solo a pensare alla straordinaria complessità del bouquet; quello per cui ci tuffiamo in un mondo immaginario e non riusciamo a staccarcene), ma vogliamo anche sapere cosa c’è dietro. Come lettori/bevitori abbiamo un desiderio quasi morboso di conoscere il processo creativo, i retroscena. Un buon vino — e una buona narrazione — ci lasciano la voglia di scoprire perché l’esperienza funziona così bene. Vogliamo sapere se quel sapore è legato al terroir (le specificità donate dal terreno specifico in cui viene coltivata una vigna), all’esposizione al sole, alla maestria del viticoltore. Pur di capircene qualcosa, siamo disposti anche a guardare documentari sulla creazione dei grandi vini, come, ad esempio, Mondovino di Jonathan Nossiter. Oltre a leggere, vogliamo capire come quel tal personaggio è stato costruito, come sono state scelte le parole che lo descrivono e mille altre curiosità legate proprio all’artigianalità della scrittura. Così gli autori si raccontano sui blog, con i video, grazie ai social network — esempio splendido il profilo Facebook di Stefano Sgambati (i cui aggiornamenti pubblici sono un vero e proprio esempio di palestra narrativa) e l’account Twitter di J. K. Rowling (che spesso risponde a domande dei fan riguardo ad Harry Potter). I lettori curiosano, leggono, capiscono più profondamente la dimensione del “fatto a mano” della scrittura. Si dissolve così una parte dell’aura che circonda il mestiere di scrivere: nessuno è baciato dalle muse. Non ci sono scorciatoie, né formule magiche. Gli scrittori più furbi decidono di compiere un passo ulteriore: raccontano gli stalli, le fatiche, le incertezze, le frustrazioni del mestiere (The Author di Bigio è una raccolta di tavole ilare e fantasiosa che racconta, per l’appunto, il rapporto di uno scrittore con Talia, musa della scrittura, che lui trova incarnata in casa sua).
La dimensione dello storytelling, a mio parere, si inserisce anche per colmare un grande vuoto: l’asincronia del rapporto tra produttore e destinatario. Sia i vignaioli che gli scrittori, non hanno quasi alcun contatto con i “consumatori”: che si tratti di una storia oppure di una bottiglia, le occasioni di incontro tra questi due aspetti fondamentali scarseggiano. Cantine aperte e presentazioni dei propri scritti sono eventi sporadici. Di contro, come già specificato, i lettori e i bevitori sono sempre più consapevoli del processo creativo, nonché sempre più influenti. Una buona recensione su Goodreads, una citazione da un booktuber (quella parte della comunità di Youtube che si occupa di libri) o il consiglio di un amico pesano come — se non più — di un cartonato in libreria con la copertina della propria creazione. Per lo scrittore — o la scrittrice — hanno anche un’altra valenza: un riconoscimento di merito. Avete mai partecipato ad una visita in cantina? L’orgoglio del proprio prodotto è dipinto sul viso del vignaiolo mentre condivide con te una delle sue bottiglie. Nei rari momenti in cui domanda e offerta si vedono in faccia, la tensione è palpabile ed il racconto inevitabile (almeno nella mia esperienza, spero proprio di non essere io ad ispirare panegirici infiniti sul proprio lavoro). Quando il prodotto è, in sé, narrazione le reazioni del “pubblico” diventano un altro capitolo, forse addirittura una storia nuova (se questa nuova narrazione come autore non ti soddisfa, evita di prendere a bottigliate l’autore delle critiche: facciamo che bottiglie e storie restano legate perché entrambe piacevoli, ok?). I lettori e i frequentatori di enoteche diventano critici, commentatori, entusiasti: la sfera di godimento dei beni in questione si allarga, diventa sociale (oltre che social). Quelli che erano immaginati come punto finale di una storia, diventano il punto iniziale di una narrazione nuova, anche loro autori, anche loro scrittori attraverso recensioni, ma anche festival letterari, organizzazioni di incontri con gli autori, gruppi di lettura, etc..
Tornando a Maria, sono sicura che per lei tutto questo non valga. Lei sceglie di credere alla favola dell’Autore che compone perfettamente, senza mai sbagliare, senza mai avere bisogno di aiuto. Per lei le storie nascono al primo colpo, senza intoppi e, soprattutto, senza consigli esterni. I vini nascono buoni senza passare nemmeno un giorno ad affinarsi nelle botti. Per lei non può esistere l’autore, ma solo l’Autore: l’atto creativo è Sacro — nel senso della Sacra Famiglia. Per me è sacro — nel senso di fondamentale e importante, ma a tutta l’idea dell’Autore rinuncio volentieri: le folle, anche metaforiche, mi mettono allegria; le lettere maiuscole molto meno.


Immagine di copertina: Joy VanBuhler – 287/365 – Magazines – Flickr CC BY NC ND