Erika Marconato

Costantemente alla ricerca. Porto con me la voglia di imparare

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Un uomo di fronte una vetrina di cappelli

Altre cose che ho scritto in giro

Come nasce un numero de Il Colophon? A volte come un incubo, un’ossessione, una ballata ascoltata una volta di troppo. Così, ospite da amici a Milano, ho ritrovato la bella canzone di Piero Ciampi che dà il titolo all’album Andare camminare lavorare e altri discorsi. L’ho ascoltata e riascoltata, come un mantra, una piccola mania, un ripetersi in un abisso, una voce che arrivava da lontano. – Michele Marziani, nel suo editoriale.

Anche per me questo numero de Il Colophon è nato così. Ascoltando e riascoltando alcune canzoni e altre parole. Oltre a quella di Piero Ciampi, ho riascoltato le canzoni dei Modena City Ramblers (cosa che non facevo da un po’). Per ricordare chi erano, che parole usavano e che parole avrei usato io.

Quando ho scritto le domande per Cisco avevo nelle orecchie le nostre canzoni (loro le avranno pure scritte, ma sono io che le ho consumate prima nel walkman, poi nel lettore CD fino ad impararne a memoria i testi). Perché Cisco (e Alberto e Giovanni) stanno tornando con un progetto che si chiama I Dinosauri. Alberto ne parla abbondantemente qui: http://www.cottica.net/2016/06/01/la-legge-del-folk-e-il-ritorno-dei-dinosauri/.

Una cosa che non c’è nell’intervista è quanto mi faccia strano pensare a quanto loro sono cambiati, a quanto io sono cambiata. Alcune cose che troverai sono: cosa significa essere dinosauri, perché serve continuare a raccontare, alcune sfaccettature dell’essere italiani, che ruolo ha il folk giurassico e perché la modernità funziona anche con I Dinosauri.

L’intervista integrale (e una meravigliosa foto in bianco e nero) la trovi qui: https://ilcolophon.it/i-dinosauri-un-ritorno-acustico-in-parole-e-musica-d62768caf4fd#.7dlezroj9.

I mondi della scrittura sono vasti e multiformi, variegati forse più di un continente: ogni scrittore che se ne va è la bandierina a mezz’asta in una delle Fortezze Bastiani che presidiamo il nulla letterario. Se ne vanno i poeti come Zeichen, i grandissimi del Novecento come Michel Butor, i “cannibali” mai pentiti come Tommaso Labranca. Passano attraverso l’età, la storia, lasciano un segno, dentro ai lettori, una virgola. – Sempre Michele Marziani nel suo editoriale

Ed è proprio perché Michele, come me, vede la scrittura come multiforma che ho potuto recensire Toccare le nuvole di Philippe Petite. Che non è uno scrittore, pur essendo un poeta. Per capire cosa intendo vi consiglio di leggere tutta la recensione qui: https://ilcolophon.it/toccare-le-nuvole-b15e63d9fab2#.o8su4rjn7.

Altre cose che mi hanno incuriosito dal momento della loro proposta: il pezzo su Fantozzi, quello su Montale e la poesia e il racconto di Giovanna Piazza.

Leggetene e condividetene!

Bookclub by Patricia dos Santos Paton

12 libri per il mio gruppo di lettura

E., la mia bibliotecaria preferita, ha detto a qualcuno che sono un’esperta di gruppi di lettura. Questo qualcuno le ha creduto e ora sono “responsabile” di un gruppo di lettura.

Forse io prendo questa cosa della lettura troppo sul serio, ma scegliere alcuni dei libri che verranno letti da lettrici che non conosco bene e moderare gli incontri a me sembra una bella responsabilità.

Che ho frequentato diversi gruppi di lettura è vero, ma che questo faccia di me un’esperta, beh, non me la sento di affermarlo con sicurezza.

Le regole

Dato che ogni gruppo ha le proprie regole, anch’io come prima cosa ho voluto mettere nero su bianco cos’è questo gruppo di lettura (ovviamente concordando con le altre lettrici).

Posti pubblici

A quanto pare non sono l’unica che ama spiare la gente. Alla domanda “che dite se metto il veto sulle case private?”, la risposta è stata veloce e decisa: “Beh ovvio, io voglio vedere le persone che passano, mica solo i miei figli” :D.

Uno dei motivi principali per cui i ritrovi saranno in bar, circoli o la biblioteca è che in un gruppo di persone che non si conoscono c’è già abbastanza pressione: ci si agita, non si sa bene cosa dire, etc. Sentivo l’esigenza che il luogo di ritrovo fosse neutro, che ci si potesse godere un bicchiere di vino, volendo, e in cui l’unico impegno richiesto fosse arrivare (non pulire, sistemare, cucinare). Dopodichè, Trento è una città piena di spazi pubblici, che però hanno la dimensione di ritrovi privati (in uno dei papabili candidati ci sono pure i divani).

Chi può partecipare

Il gruppo è semi-pubblico. Ci troviamo in luoghi pubblici in modo che chi vuole si possa unire, ma vorrei tenere il gruppo sulle dieci-dodici persone. Mi sembra il numero ideale per poter parlare tutti e per evitare la formazione di sottogruppi durante la discussione.

L’unica cosa a cui tengo davvero è la possibilità per ognuno di esprimere la propria opinione, senza sentirsi sminuito e/o preso in giro. Tutte le mie esperienze di letture condivise sono state proficue, da tutte ho imparato qualcosa (tra cui che non mi piace quando chi fa la voce più grossa è più ascoltato). Mi piacerebbe che fosse così anche per gli altri partecipanti.

Chi propone i libri (e come vengono scelti)

Avendo avuto varie esperienze, ho deciso di proporre io i libri, cercando di pescare da generi diversi (proporre, perché se non convincono gli altri lettori, si possono cambiare). Leggere tutti lo stesso libro mi sembra un buon modo per creare un terreno comune e per guidare la discussione.

Ho scelto di non legare le letture ad un tema specifico: alla biblioteca di Bassano del Grappa le facilitatrici avevano scelto di far ruotare tutti gli incontri attorno ad un argomento. Gli incontri erano sempre molto interessanti, ma mentre pensavo alle proposte, mi sembrava troppo stringente. Se il tema non piaceva? Sarebbe stata una cosa in più di cui preoccuparsi. Nel caso organizzassi qualcosa di diverso (tipo in biblioteca o in una libreria), sicuramente seguirei un filone, ma per questo primo gruppo va bene così.

Vogli(am)o leggere storie BELLE. Ben scritte, con dei bei personaggi, con una bella trama. Il genere importa poco (anche se il genere rosa a quanto pare non piace molto). Questa (e il fatto che i libri siano di genere diversi) è un’esigenza mia, soprattutto. Frequento un gruppo in biblioteca, i partecipanti hanno una certa età e si finisce sempre a leggere libri di un certo filone (possibilmente pubblicati prima degli anni ’80, possibilmente di autori americani o latino-americani, possibilmente di scrittori maschi). Nonostante alcuni dei libri letti con loro siano stati meravigliosi, sento il bisogno di leggere altro, di discutere altro, di spaziare. Troppo esigente?

Altro

Ognuno si procura i libri come meglio crede. Non ho scelto ultimissime uscite, per cui ci sono in biblioteca, su MLOL, in libreria, usati e nuovi, in digitale e in cartaceo. Per me il supporto non inficia la lettura, ma per molti lettori sì, quindi ognuno faccia come meglio crede ;).

Se sarà possibile, mi piacerebbe fare qualcosa anche per la città (magari qualche autore tra quelli italiani ha piacere di venire a fare una presentazione a Trento, o qualcosa del genere). Trovare una formula affinché non si sia solo un salotto privato o un gruppo di lettori, ma anche un attivatore culturale per la città: sto pensando al modo per coinvolgere la biblioteca. Vediamo come va.

Quindi che libri belli ho scelto?

  1. Non buttiamoci giù – Nick Hornby

Per il genere romanzo divertente ho pensato a Hornby. L’ho scelto perché è divertente, surreale e i dialoghi sono scritti molto bene. I personaggi sono caratteristici e strani. La copertina è orribile, ma che ci vuoi fare?

  1. Lo zio Oswald – Roal Dahl

Il realismo magico è un genere un po’ sottovalutato in Italia: i romanzi di questo tipo finiscono quasi sempre nelle sezioni young adult. Questo si è salvato dallo young adult, pur essendo un meraviglioso esempio di realismo magico.

Lo racconto sempre con le stesse parole: la versione per adulti di Dahl. Spesso mi rispondono “sai di lui ho letto tutto, ma questo mi manca”. Scandaloso, irriverente, originale. Non vedo l’ora di parlarne con il gruppo.

  1. La donna in bianco – Wilkie Collins

A quanto pare un classico ci vuole. Questo è molto meno noto di altri e il modo in cui ne parla PennylaneOnTheTube qui e qui mi ha incuriosita moltissimo. Ci tenevo che il classico fosse in pubblico dominio: http://www.gutenberg.org/ebooks/583 . La donna in bianco è il primo libro che fu definito sensational novel, se non è una recensione positiva questa, non so cosa lo possa essere ;). Lo possiamo anche inserire nella sezione mistery/giallo (due piccioni con una fava).

  1. Shantaram – Gregory David Roberts
    Armi, acciaio e malattie – Jared Diamond

Questo l’ho proposto, ma credo verrà sostituito. Le mille pagine spaventano molto. Peccato.

L’avevo scelto perché è scritto da un australiano (e mi sembra che non arrivino molti australiani in Italia). Il secondo motivo è che è una storia semi-biografica, che è un elemento che mi incuriosisce molto. Viene messo sotto il cartello “avventura”.

Sostituzione: dopo il primo incontro abbiamo deciso di leggere Armi, acciaio e malattie al posto di Shantaram, su proposta di una delle partecipanti. Io con i saggi tentenno sempre, vedremo come andrà.

  1. Io e Mabel – Helen Macdonald

Lui è qui perché la versione inglese ha una copertina a dir poco meravigliosa. Qui  ne parla una bibliotecaria canadese. Io lo metterei nella categoria autobiografia (ma non l’ho ancora letto, quindi prendila con le pinze).

  1. Carol – Patricia Highsmith

Della Highsmith ho letto quasi solo i gialli (che ho sempre trovato equilibrati e ben scritti). Fino allo scorso anno non sapevo neppure di questo libro, poi ne hanno fatto un film di discreto successo. Il libro non l’ho letto (e non ricordo neppure chi me ne ha parlato), ma nelle mie letture sento l’esigenza di inserire voci diverse: autrici, lesbiche, bisessuali, transessuali, voci di paesi inconsueti. A quanto pare la Highsmith rientra nelle prime due (tre?) categorie: sono curiosa di conoscere Carol (che, a quanto ho capito rientra nella categoria due), di vedere come la Highmith le dà vita.

  1. Più piccolo è il paese più grandi sono i peccati – Davide Bacchilega

Un bel giallo, ambientato a Lugo di Romagna. A volte sono snob con gli autori italiani (caratteristica che condivido con molti lettori, chissà perché poi), ma Bacchilega è un ottimo scrittore, capace di costruire un giallo divertente e misterioso. In più, è stato pubblicato da una piccola casa editrice. E leggiamoli qualche volta questi piccoli editori ;).

(Di questo romanzo ho parlato abbondantemente qui).

  1. Buon Apocalisse a tutti – Neil Gaiman, Terry Pratcher

Neil Gaiman è uno dei miei cantastorie preferito. In inglese il titolo è Good Omens (la cui traduzione vaga è buoni presagi) ed è molto più azzeccato del titolo italiano. Contiene una delle scene più divertenti che io abbia mai letto (se l’hai letto mi riferisco a quando il protagonista dà il nome al cane). Un fantasy diverso dal solito.

  1. Amatissima – Toni Morrison

Toni Morrison è uno di quei premi Nobel spesso dimenticati. Peccato, perché la sua scrittura è magnifica, forte e originale. Sethe è uno dei migliori personaggi che io abbia incrociato. Amatissima è uno di quei libri che consiglio a chiunque, sempre.

  1. Autobiografia burlesca – Mark Twain

Qui è tutta colpa di CasaSirio Editore che l’ha inserito nella collana Morti&Stramorti (il che mi ha fatto ridere). CasaSirio è un piccolo editore con un grande (nel senso di fisicamente imponente) direttore editoriale, un grande (nel senso di  veramente bravissimi – curiosate tra le copertine e provate a smentirmi) team grafico e un grande (nel senso qualitativo, non quantitativo) catalogo. Li ho conosciuti a Torino (dopo che Ilenia Zodiaco ne aveva parlato qui), ho comprato un terzo del loro catalogo e li ho amati da subito. Be pop!

  1. Quando siete felici fateci caso – Kurt Vonnegut

Questo libro è una raccolta di discorsi ufficiale tenuti in varie università dall’autore – quindi rientra nella categoria saggi. Ha una copertina spettacolare (quella coloratissima col gelato) e volevo che ci fosse almeno un Vonnegut in questo elenco. Questo forse spaventa meno di Mattatoio N.5 ;).

  1. La reliquia di Costantinopoli – Paolo Malaguti

Di Malaguti ho già parlato qui. Lui scrive libri storici, genere che non amo moltissimo. Con questo romanzo, in particolare, è stato finalista allo Strega quest’anno. Sono super curiosa di leggerlo: pur non essendo del mio genere preferito, i libri di Malaguti sono piccoli gioiellini e lui si merita tutto il successo che sta avendo in questo periodo (se non hai mai letto niente di costui, fidati, prendi uno dei suoi titoli e fate amicizia).

Il prossimo appuntamento sarà il 10 dicembre con La donna in bianco di Wilkie Collins. Ti interessa venire? Scrivimi o lascia la tua mail nel form qui sotto, così ti aggiungo alla mailing list.

Ti interessa partecipare al gruppo di lettura?

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IO guido car sharing

Sono un po’ più hippie: niente più auto

Mettiamola così, io è da almeno dieci anni che non ho una macchina mia. L’unica automobile che io abbia mai posseduto era Diotima, una Toyota Carina verde scuro, che a me pareva piuttosto figa (non lo era)  e che ha tirato le cuoia un paio di anni dopo l’acquisto, grazie al mio fratellino.

Diotima era l’auto di mio padre, ma io a diciotto anni ero mi sentivo adulta, volevo una macchina mia e avevo dei soldi da parte. In più abitavo in periferia, i mezzi pubblici erano da sfigati (il Ciao con cui andavo in giro, invece…) e non volevo rendere conto a nessuno di come e quanto usavo la macchina. Fatevi due conti? Potevo forse “prenderla in prestito”? Assolutamente no. Quindi ho comprato la mia prima macchina, passaggio di proprietà e tutto. Pensandoci ora, è stata un’idiozia, non solo perché non mi ero ancora resa conto di quanto costasse mantenere un’auto, ma anche perché non avevo considerato che quall’auto poteva avere solo un paio di anni davanti a sè. Nella mia testolina, sarebbe stata la mia cavalcatura per molti anni a venire: io l’avrei guidata fino a che non fossi stata in grado di comprarne una nuova. Nel frattempo sarebbe stata la mia macchina, avrei guidato ovunque (cosa che ho fatto visto che in meno di due anni ho fatto quasi 140.000 chilometri), sarei stata indipendente/cool/realizzata e, soprattutto, Diotima non avrebbe mai e poi mai avuto bisogno di una riparazione e del meccanico, solo un cambio d’olio ogni tanto, via.

La realtà mi ha colpito ben presto: essendo a metano, dopo meno di sei mesi dall’acquisto ho dovuto pagare la revisione delle bombole (circa 2.000 euro, se non ricordo male). Essendo non nuovissima, il cambio d’olio non era l’unica cosa che bisognava affrontare nel lato manutenzione. Essendo usata soprattutto in città, c’erano delle spese impreviste (quella simpatica volta in cui mi hanno tolto un specchietto retrovisore facendo manovra; quell’altra simpatica volta in cui mi hanno rotto l’altro specchietto con la portiera; la terza simpatica volta in cui uno mi è venuto addosso perché non ha visto che frenavo – volta, in cui ci tengo a sottolinearlo – sono stata così cretina da pensare che potesse nascere una storia d’amore da una constatazione amichevole).

Insomma, quando mio fratello ha pensato di fare un freno a mano in rotonda e lasciarmi una Diotima a forma di banana, avevo già buttato un bel po’ di soldi solo per avere un mezzo di proprietà con cui muovermi. C’erano alternative? Non me l’ero mai chiesta: sono sempre stata indipendente (leggenda vuole che a tre anni sia tornata a casa da sola dall’asilo, facendo venire un infarto a mezzo paese), quindi non mi piaceva dipendere da cose che non controllavo. Fatto sta che, lavorando part-time (ma soprattutto essendo per lo più studentessa), non mi potevo assolutamente permettere un’altra automobile. Ho ingoiato il rospo e ho comprato una bici, mi sono informata sugli autobus del mio paesello e ho cominciato a modificare la mia idea di mobilità.

Cosa vuol dire “idea di mobilità” e ne abbiamo tutti una?

La risposta alla seconda parte della domanda è sì. Come ci immaginiamo di muoverci da un punto A ad un punto B (cosa usi per muoverti ogni giorno) è uno di quelle idee che ci ritroviamo in testa senza rendercene conto.

Immaginate di scrivere una storia (una storia qualsiasi) con dei protagonisti adulti: come si muovono i vostri personaggi? Se sono a New York, probabilmente, in taxi (auto = servizio); se sono a Londra o a Milano la metropolitana non la schiferanno (auto = a volte perché se perdo il parcheggio…); se sono a Venezia si consumeranno le suole a furia di camminare (auto = utilizzo straordinario). Se, come me, i personaggi sono cresciuti nella ridente campagna veneta? L’auto – o motorino – di proprietà sarà sempre l’alternativa principale: mezzi pubblici non ce ne sono molti, d’inverno piove-fafreddo-c’èlanebbia, i bus sono per i ragazzini. A proposito di ragazzini, ricordo perfettamente che molti dei ragazzi che popolavano il chiassoso autobus delle sei (il primo dei molteplici mezzi che usavo per arrivare all’università) facevano una cosa che io ho sempre trovato buffissima: scendevano al capolinea del bus per saltare nella macchina di uno dei loro coetanei automuniti e arrivare a scuola con quella. Non importa che la loro scuola fosse a distanza di piede, non importa che un paio di fermate prima erano più comode per la scuola, non importa che l’auto non fosse loro: l’importante era non arrivare a scuola come dei poveracci. Coi mezzi. A piedi. Bleah! Non importava che la macchina fosse la loro, l’importante era poter utilizzare un’auto. Una qualsiasi.

Non hai l’auto? Sei uno sfigato!

Non avere un’automobile ad una certa età (passati i ventidue/ventitre) è considerato indice di un certo disagio (se non hai i soldi manco per permetterti una macchina, come ti puoi dire adulto?). Si passa da una visione accesso-centrica (non importa che sia la Multipla di tua madre, l’importante è avere un mezzo), ad una visione possesso-centrica (vai ancora in giro con la macchina dei tuoi? Perché?). Certo, nel mio caso specifico (ero studentessa, non potevo prendere la macchina dei miei e avevo degli amici molto disponibili) l’onta era molto mitigata, ma più di qualche volta mi sono state lanciate delle occhiatacce. Hai poco da spiegare che si può fare altrimenti: avere un mezzo di trasporto proprio nella ridente campagna veneta è un must per essere considerati perlomeno vicini all’essere adulti.

Quando vivevo a casa dei miei, ad un certo punto, eravamo quattro patentati con quattro automobili. In altre case era diverso, ma da noi era impossibile organizzarsi: mia madre lavorava a turni, mio padre doveva calcolare il tempo per arrivare al lavoro, io e mio fratello semplicemente eravamo giovani e stupidi e non ci saremmo mai fatti vedere insieme. Tutto questo, però, già allora mi faceva riflettere (soprattutto perché, essendo l’ultima che tornava a casa, non trovavo mai parcheggio sotto casa). Possibile non riuscire ad ottimizzare?

Auto condivisa

Con gli amici/fidanzati andava un po’ meglio, d’altra parte si andava TUTTI INSIEME nello stesso posto. Anche quando c’era Diotima, spesso ci trovavamo in un parcheggio per condividere il viaggio, farsi venire a prendere a casa, non era molto diverso.

Quelle sono state le mie prime esperienze di viaggi condivisi: erano chiassosi, divertenti e, grazie a loro, sono piena di ricordi imbarazzanti. Condividere l’automobile mi andava benissimo, dipendere dalle amiche/amici pure (con gli amici più di vecchia data il rapporto si è cementato a spritz e viaggi per arrivare a bere il suddetto spritz). Ogni momento insieme era una gioia, capirsi non era difficile, quando si saliva in macchina bisognava solo scegliere la musica: nessuna/o di noi si turbava. Organizzarsi era possibile, anzi era pure divertente.

Dopo Diotima, tutte le auto che ho guidato sono state condivise: anche l’Opel che è stata rottamata ad agosto.

Niente più auto?

Ebbene sì, dopo aver rottamato l’automobile abbiamo deciso di non comprarne un’altra. Dopo anni in cui la frase “una macchina in due serve, non si può fare senza”, siamo passati a “ma hai visto quanto spendiamo al mese per l’auto???? Siamo sicuri di volerne un’altra?”.

Perché avere un auto mi costava 3.000 euro all’anno (e non me ne accorgevo neppure): carburante, bollo, assicurazione, meccanico, cambio delle gomme (non era una macchina a cui si potessero mettere le catene, per cui due volte l’anno bisognava passare alle gomme estive/invernali). Aggiungi pure le (rare) volte in cui la facevo lavare, i prodotti per la pulizia ordinaria, l’antigelo per il carburante, il coso per pulire il motore… Ecco. A rottamarla ho scoperto quanto davvero mi costava al mese (complice anche il fatto che ho cominciato ad usare un’app per tracciare le spese). Vedere la cifra scritta nero su bianco mi ha fatto venire un coccolone. Mi ero già detta “se riuscirò, proverò a stare senza auto”, ma il futuro era indefinito, lontano e, in un certo senso, non mi riguardava davvero.

L’alternativa

Rinunciare all’auto è una scelta che possono fare tutti? No. Io la posso fare perché l’alternativa è COMODA. Abito in una città (Trento) da cui partono molti BlaBlaCar (per quando devo scendere a trovare la famiglia o gli amici). In una città in cui c’è una rete di autubus urbani molto efficienti: gli autobus passano puntuali ogni 20 minuti, coprono tutto il territorio comunale, ci sono anche la sera fino alle 23.15 – che corrispondono alle due di notte in altre città, il cui abbonamento costa relativamente poco. Trento è una città da cui parte il treno, sia per Verona, che per Bolzano, che per la Valsugana. Essendo il capoluogo, è pure punto di passaggio dei Flixbus (una compagnia privata che funziona come il treno sulle tratte lunghe). Trento (non il Trentino) ha un numero sufficiente di auto in car sharing sul territorio. E, volendo, c’è pure il bike sharing.

Il discorso sarebbe molto diverso se abitassi, per esempio, a Levico Terme (sempre in Trentino). Dovrei sgomitare con i ragazzini per entrare in corriera, ci sarebbe solo un treno all’ora (e solo in direzione Bassano del Grappa o Trento), non passerebbero così tanti BlaBlaCar è, in più, sarebbe pieno di turisti al lago (che c’entra poco, ma aiuta a far girare le scatole). Car sharing? Nisba. Bike sharing? Macché.

Abitare a Trento significa trovarsi in una città in cui le strategie politiche ed economiche legate al trasporto vanno in una certa direzione da diversi anni. I servizi ci sono perché c’è dietro una volontà politica e una certa idea della città. Oltre agli abbonamenti economici, ai bus frequenti e ai parcheggi cari come la morte, le varie amministrazioni hanno fatto delle scelte che, di fatto, scoraggiano la vita agli automobilisti (il centro è tutto pedonale, c’è un enorme intrigo di sensi unici per cui per fare 50 metri ci metti sei ore, i parcheggi sono cari e scarsi, i vigili passano spesso, specie in alcune zone). Il tutto facilita il passaggio ad una vita car-free.

Anche l’aspetto tecnologico aiuta: qualche anno fa non avrei avuto uno smartphone con cui prenotare il bus o la macchina, se avessi cercato un BlaBlaCar non ce ne sarebbero stati così tanti e, in generale, sarebbe stato un pochino più difficile.

Come in tutte le scelte della vita, c’è una componente etica, di impatto ambientale, di hippitudine, ma la realtà è che se non fosse facile, se mi ci volesse troppo impegno e fatica, non avere un’automobile semplicemente non sarebbe un’alternativa. Al di là dei costi, un’automobile rappresenta la possibilità di spostarsi, di farlo quando è più conveniente, di fare cose, di vedere gente. Quindi, soddisfare queste esigenze attraverso un servizio, non più una proprietà, è possibile solo se andare da un punto A ad un punto B non diventa una mini Odissea.

Il che non significa che vada tutto bene. Iscriversi al servizio di car sharing è stato un incubo. Il fatto di dover pagare per ogni volta che usi la macchina (cosa che facevo anche prima, ma erano costi in qualche modo nascosti), ha messo in discussione alcune delle cose che avevo scelto di fare (dato che il canile è raggiungibile solo in auto, ho scelto di smettere di andare; dato che il coro che frequentavo è molto lontano e non posso più fare il viaggio con un’altra corista, ho scelto di cambiare coro). In più, devo chiedere più spesso aiuto e abbandonare l’idea che posso fare tutto da sola. Forse ho solo messo in discussione alcune abitudini, non le scelte: canto ancora, vedo ancora i miei amici, faccio la spesa, esco la sera, insomma non è che la mia vita sia stata rivoluzionata, nonostante alcune difficoltà. Il passaggio, per me, non è stato da avere un’auto di proprietà a non averne nessuna, ma da avere una macchina condivisa in famiglia, ad averne più di una condivisa con un sacco di gente. Forse è stato meno traumatico di trovarsi completamente senza automobile, ma ribadisco l’esigenza di muoversi e di avere un mezzo ci sarebbe stata in ogni caso. Solo che ora mi rendo conto che ho bisogno di un servizio, non di un bene.

Se volete leggere un altro punto di vista sulla necessità di passare ad un rapporto di utilizzo (invece che di possesso) delle automobili, il co-fondatore di Lyft ha scritto un lunghissimo post su Medium a riguardo (in cui riflette anche sul modo in cui le città siano costruite spesso intorno alle auto). Qui trovate anche una GIF esplicativa di cosa significa avere una macchina a testa in una città come Seattle.

Quali altri beni uso per rispondere ad una necessità che potrebbe essere soddisfatta da un servizio? Probabilmente molti. Forse troppi. Riflettere su queste cose, per me, è diventato  parte del mio essere “adulta” (sempre tra virgolette, visto che l’ultimo film che ho visto al cinema è stato l’ultimo dell’Era Glaciale :D).

 

Ps. l’immagine è del car shAring di Mestre, ma Carlo è un amico e non ho resistito ;).

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