Erika Marconato

Costantemente alla ricerca. Porto con me la voglia di imparare

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IO guido car sharing

Sono un po’ più hippie: niente più auto

Mettiamola così, io è da almeno dieci anni che non ho una macchina mia. L’unica automobile che io abbia mai posseduto era Diotima, una Toyota Carina verde scuro, che a me pareva piuttosto figa (non lo era)  e che ha tirato le cuoia un paio di anni dopo l’acquisto, grazie al mio fratellino.

Diotima era l’auto di mio padre, ma io a diciotto anni ero mi sentivo adulta, volevo una macchina mia e avevo dei soldi da parte. In più abitavo in periferia, i mezzi pubblici erano da sfigati (il Ciao con cui andavo in giro, invece…) e non volevo rendere conto a nessuno di come e quanto usavo la macchina. Fatevi due conti? Potevo forse “prenderla in prestito”? Assolutamente no. Quindi ho comprato la mia prima macchina, passaggio di proprietà e tutto. Pensandoci ora, è stata un’idiozia, non solo perché non mi ero ancora resa conto di quanto costasse mantenere un’auto, ma anche perché non avevo considerato che quall’auto poteva avere solo un paio di anni davanti a sè. Nella mia testolina, sarebbe stata la mia cavalcatura per molti anni a venire: io l’avrei guidata fino a che non fossi stata in grado di comprarne una nuova. Nel frattempo sarebbe stata la mia macchina, avrei guidato ovunque (cosa che ho fatto visto che in meno di due anni ho fatto quasi 140.000 chilometri), sarei stata indipendente/cool/realizzata e, soprattutto, Diotima non avrebbe mai e poi mai avuto bisogno di una riparazione e del meccanico, solo un cambio d’olio ogni tanto, via.

La realtà mi ha colpito ben presto: essendo a metano, dopo meno di sei mesi dall’acquisto ho dovuto pagare la revisione delle bombole (circa 2.000 euro, se non ricordo male). Essendo non nuovissima, il cambio d’olio non era l’unica cosa che bisognava affrontare nel lato manutenzione. Essendo usata soprattutto in città, c’erano delle spese impreviste (quella simpatica volta in cui mi hanno tolto un specchietto retrovisore facendo manovra; quell’altra simpatica volta in cui mi hanno rotto l’altro specchietto con la portiera; la terza simpatica volta in cui uno mi è venuto addosso perché non ha visto che frenavo – volta, in cui ci tengo a sottolinearlo – sono stata così cretina da pensare che potesse nascere una storia d’amore da una constatazione amichevole).

Insomma, quando mio fratello ha pensato di fare un freno a mano in rotonda e lasciarmi una Diotima a forma di banana, avevo già buttato un bel po’ di soldi solo per avere un mezzo di proprietà con cui muovermi. C’erano alternative? Non me l’ero mai chiesta: sono sempre stata indipendente (leggenda vuole che a tre anni sia tornata a casa da sola dall’asilo, facendo venire un infarto a mezzo paese), quindi non mi piaceva dipendere da cose che non controllavo. Fatto sta che, lavorando part-time (ma soprattutto essendo per lo più studentessa), non mi potevo assolutamente permettere un’altra automobile. Ho ingoiato il rospo e ho comprato una bici, mi sono informata sugli autobus del mio paesello e ho cominciato a modificare la mia idea di mobilità.

Cosa vuol dire “idea di mobilità” e ne abbiamo tutti una?

La risposta alla seconda parte della domanda è sì. Come ci immaginiamo di muoverci da un punto A ad un punto B (cosa usi per muoverti ogni giorno) è uno di quelle idee che ci ritroviamo in testa senza rendercene conto.

Immaginate di scrivere una storia (una storia qualsiasi) con dei protagonisti adulti: come si muovono i vostri personaggi? Se sono a New York, probabilmente, in taxi (auto = servizio); se sono a Londra o a Milano la metropolitana non la schiferanno (auto = a volte perché se perdo il parcheggio…); se sono a Venezia si consumeranno le suole a furia di camminare (auto = utilizzo straordinario). Se, come me, i personaggi sono cresciuti nella ridente campagna veneta? L’auto – o motorino – di proprietà sarà sempre l’alternativa principale: mezzi pubblici non ce ne sono molti, d’inverno piove-fafreddo-c’èlanebbia, i bus sono per i ragazzini. A proposito di ragazzini, ricordo perfettamente che molti dei ragazzi che popolavano il chiassoso autobus delle sei (il primo dei molteplici mezzi che usavo per arrivare all’università) facevano una cosa che io ho sempre trovato buffissima: scendevano al capolinea del bus per saltare nella macchina di uno dei loro coetanei automuniti e arrivare a scuola con quella. Non importa che la loro scuola fosse a distanza di piede, non importa che un paio di fermate prima erano più comode per la scuola, non importa che l’auto non fosse loro: l’importante era non arrivare a scuola come dei poveracci. Coi mezzi. A piedi. Bleah! Non importava che la macchina fosse la loro, l’importante era poter utilizzare un’auto. Una qualsiasi.

Non hai l’auto? Sei uno sfigato!

Non avere un’automobile ad una certa età (passati i ventidue/ventitre) è considerato indice di un certo disagio (se non hai i soldi manco per permetterti una macchina, come ti puoi dire adulto?). Si passa da una visione accesso-centrica (non importa che sia la Multipla di tua madre, l’importante è avere un mezzo), ad una visione possesso-centrica (vai ancora in giro con la macchina dei tuoi? Perché?). Certo, nel mio caso specifico (ero studentessa, non potevo prendere la macchina dei miei e avevo degli amici molto disponibili) l’onta era molto mitigata, ma più di qualche volta mi sono state lanciate delle occhiatacce. Hai poco da spiegare che si può fare altrimenti: avere un mezzo di trasporto proprio nella ridente campagna veneta è un must per essere considerati perlomeno vicini all’essere adulti.

Quando vivevo a casa dei miei, ad un certo punto, eravamo quattro patentati con quattro automobili. In altre case era diverso, ma da noi era impossibile organizzarsi: mia madre lavorava a turni, mio padre doveva calcolare il tempo per arrivare al lavoro, io e mio fratello semplicemente eravamo giovani e stupidi e non ci saremmo mai fatti vedere insieme. Tutto questo, però, già allora mi faceva riflettere (soprattutto perché, essendo l’ultima che tornava a casa, non trovavo mai parcheggio sotto casa). Possibile non riuscire ad ottimizzare?

Auto condivisa

Con gli amici/fidanzati andava un po’ meglio, d’altra parte si andava TUTTI INSIEME nello stesso posto. Anche quando c’era Diotima, spesso ci trovavamo in un parcheggio per condividere il viaggio, farsi venire a prendere a casa, non era molto diverso.

Quelle sono state le mie prime esperienze di viaggi condivisi: erano chiassosi, divertenti e, grazie a loro, sono piena di ricordi imbarazzanti. Condividere l’automobile mi andava benissimo, dipendere dalle amiche/amici pure (con gli amici più di vecchia data il rapporto si è cementato a spritz e viaggi per arrivare a bere il suddetto spritz). Ogni momento insieme era una gioia, capirsi non era difficile, quando si saliva in macchina bisognava solo scegliere la musica: nessuna/o di noi si turbava. Organizzarsi era possibile, anzi era pure divertente.

Dopo Diotima, tutte le auto che ho guidato sono state condivise: anche l’Opel che è stata rottamata ad agosto.

Niente più auto?

Ebbene sì, dopo aver rottamato l’automobile abbiamo deciso di non comprarne un’altra. Dopo anni in cui la frase “una macchina in due serve, non si può fare senza”, siamo passati a “ma hai visto quanto spendiamo al mese per l’auto???? Siamo sicuri di volerne un’altra?”.

Perché avere un auto mi costava 3.000 euro all’anno (e non me ne accorgevo neppure): carburante, bollo, assicurazione, meccanico, cambio delle gomme (non era una macchina a cui si potessero mettere le catene, per cui due volte l’anno bisognava passare alle gomme estive/invernali). Aggiungi pure le (rare) volte in cui la facevo lavare, i prodotti per la pulizia ordinaria, l’antigelo per il carburante, il coso per pulire il motore… Ecco. A rottamarla ho scoperto quanto davvero mi costava al mese (complice anche il fatto che ho cominciato ad usare un’app per tracciare le spese). Vedere la cifra scritta nero su bianco mi ha fatto venire un coccolone. Mi ero già detta “se riuscirò, proverò a stare senza auto”, ma il futuro era indefinito, lontano e, in un certo senso, non mi riguardava davvero.

L’alternativa

Rinunciare all’auto è una scelta che possono fare tutti? No. Io la posso fare perché l’alternativa è COMODA. Abito in una città (Trento) da cui partono molti BlaBlaCar (per quando devo scendere a trovare la famiglia o gli amici). In una città in cui c’è una rete di autubus urbani molto efficienti: gli autobus passano puntuali ogni 20 minuti, coprono tutto il territorio comunale, ci sono anche la sera fino alle 23.15 – che corrispondono alle due di notte in altre città, il cui abbonamento costa relativamente poco. Trento è una città da cui parte il treno, sia per Verona, che per Bolzano, che per la Valsugana. Essendo il capoluogo, è pure punto di passaggio dei Flixbus (una compagnia privata che funziona come il treno sulle tratte lunghe). Trento (non il Trentino) ha un numero sufficiente di auto in car sharing sul territorio. E, volendo, c’è pure il bike sharing.

Il discorso sarebbe molto diverso se abitassi, per esempio, a Levico Terme (sempre in Trentino). Dovrei sgomitare con i ragazzini per entrare in corriera, ci sarebbe solo un treno all’ora (e solo in direzione Bassano del Grappa o Trento), non passerebbero così tanti BlaBlaCar è, in più, sarebbe pieno di turisti al lago (che c’entra poco, ma aiuta a far girare le scatole). Car sharing? Nisba. Bike sharing? Macché.

Abitare a Trento significa trovarsi in una città in cui le strategie politiche ed economiche legate al trasporto vanno in una certa direzione da diversi anni. I servizi ci sono perché c’è dietro una volontà politica e una certa idea della città. Oltre agli abbonamenti economici, ai bus frequenti e ai parcheggi cari come la morte, le varie amministrazioni hanno fatto delle scelte che, di fatto, scoraggiano la vita agli automobilisti (il centro è tutto pedonale, c’è un enorme intrigo di sensi unici per cui per fare 50 metri ci metti sei ore, i parcheggi sono cari e scarsi, i vigili passano spesso, specie in alcune zone). Il tutto facilita il passaggio ad una vita car-free.

Anche l’aspetto tecnologico aiuta: qualche anno fa non avrei avuto uno smartphone con cui prenotare il bus o la macchina, se avessi cercato un BlaBlaCar non ce ne sarebbero stati così tanti e, in generale, sarebbe stato un pochino più difficile.

Come in tutte le scelte della vita, c’è una componente etica, di impatto ambientale, di hippitudine, ma la realtà è che se non fosse facile, se mi ci volesse troppo impegno e fatica, non avere un’automobile semplicemente non sarebbe un’alternativa. Al di là dei costi, un’automobile rappresenta la possibilità di spostarsi, di farlo quando è più conveniente, di fare cose, di vedere gente. Quindi, soddisfare queste esigenze attraverso un servizio, non più una proprietà, è possibile solo se andare da un punto A ad un punto B non diventa una mini Odissea.

Il che non significa che vada tutto bene. Iscriversi al servizio di car sharing è stato un incubo. Il fatto di dover pagare per ogni volta che usi la macchina (cosa che facevo anche prima, ma erano costi in qualche modo nascosti), ha messo in discussione alcune delle cose che avevo scelto di fare (dato che il canile è raggiungibile solo in auto, ho scelto di smettere di andare; dato che il coro che frequentavo è molto lontano e non posso più fare il viaggio con un’altra corista, ho scelto di cambiare coro). In più, devo chiedere più spesso aiuto e abbandonare l’idea che posso fare tutto da sola. Forse ho solo messo in discussione alcune abitudini, non le scelte: canto ancora, vedo ancora i miei amici, faccio la spesa, esco la sera, insomma non è che la mia vita sia stata rivoluzionata, nonostante alcune difficoltà. Il passaggio, per me, non è stato da avere un’auto di proprietà a non averne nessuna, ma da avere una macchina condivisa in famiglia, ad averne più di una condivisa con un sacco di gente. Forse è stato meno traumatico di trovarsi completamente senza automobile, ma ribadisco l’esigenza di muoversi e di avere un mezzo ci sarebbe stata in ogni caso. Solo che ora mi rendo conto che ho bisogno di un servizio, non di un bene.

Se volete leggere un altro punto di vista sulla necessità di passare ad un rapporto di utilizzo (invece che di possesso) delle automobili, il co-fondatore di Lyft ha scritto un lunghissimo post su Medium a riguardo (in cui riflette anche sul modo in cui le città siano costruite spesso intorno alle auto). Qui trovate anche una GIF esplicativa di cosa significa avere una macchina a testa in una città come Seattle.

Quali altri beni uso per rispondere ad una necessità che potrebbe essere soddisfatta da un servizio? Probabilmente molti. Forse troppi. Riflettere su queste cose, per me, è diventato  parte del mio essere “adulta” (sempre tra virgolette, visto che l’ultimo film che ho visto al cinema è stato l’ultimo dell’Era Glaciale :D).

 

Ps. l’immagine è del car shAring di Mestre, ma Carlo è un amico e non ho resistito ;).

Nothing is written in stone

Cose che ho scritto in giro

Nell’ultimo anno ho scritto alcune cose che non sono state pubblicate rilanciate qui.

All’inizio, pensavo di riportarte nel mio piccolo angolo di web ogni cosa in maniera un pochino più estesa (come ho fatto per il mio pezzo per i fumetti). Il fatto è che questa operazione sta bloccando tutto il resto: dopo che ho consegnato una cosa, diventa parte del passato. Il che, per il mio cervello, significa:

Quindi sono in quella fase in cui so che lo dovrei fare, ma procrastino, quindi mi sento in colpa, quindi blocco le cose nuove da scrivere, quindi il blog non viene aggiornato, quindi mi sento in colpa…

Insomma ti sei fatto/a un’idea.

Mentre lavoro al mio nuovo piano editoriale, aggiorno Linkedin e faccio altre cose rimaste nella TO-DO, ho pensato che per me, a questo punto, è meglio raccogliere tutto in unico post, concedermi un nuovo inizio e tornare a popolare questo piccolo angolo di web e almeno un feed RSS (ciao Marco :D!).

Il Colophon

Il Colophon è una rivista letteraria di Antonio Tombolini Editore (che fa un investimento, anche economico, per mantenere la pubblicazione). Nonostante sia disponibile solo online, è un bimestrale di tutto rispetto: abbiamo un fantastico direttore editoriale, uno staff tecnico, una serie di scrittori/contributori e tante idee.

Come scrittrice, mi piace molto perché mi permette di comporre cose più articolate e serie che – forse – qui non ci starebbero altrettanto bene. Michele, il direttore editoriale (nonché colui che decide gli argomenti per ogni numero), è molto disponibile e quando gli propongo qualcosa di strampalato, di solito, mi risponde “bene, dimostramelo!”. Qualche esempio? Il vino e la scrittura condividono processo artigianale molto simile, i fumetti sono letteratura e la creazione di uno spettacolo di burlesque è un atto profondamente letterario.

Come lettrice mi piace molto perché:

  • non si concentra solo sulle ultime uscite letterarie,
  • ci sono tante voci differenti,
  • non parla solo di libri, ma anche di editoria in generale, di scrittura, di case editrici.

Per loro ho letto anche un paio di libri intorno al tema delle isole. Un’isola di Giorgio Amendola (che è il secondo volume della sua autobiografia politica) e L’atlante delle isole remote di Judith Schalansky. Questo atlante è un progetto editoriale completo (l’autrice ha dichiarato in un’intervista che ha scelto pure la carta su cui sarebbe stato stampato) ed è una delle cose più strane che ho letto nel 2016. Raccoglie illustrazioni magnifiche, storie brevi, curiosità, dati cartografici e posizioni di cinquanta isole remote, non proprio inventate, ma quasi. Non proprio disabite, ma quasi. Non proprio interessanti di per sè, ma sì, interessanti. Non credo che sia pane per i denti di tutti, ma è un’opera assolutamente intrigante e posso dire onestamente di non aver mai letto nulla di simile.

GraphoMania

A proposito di recensioni, ho scritto un paio di cose per GraphoMania (il blog della casa editrice che ha pubblicato il mio racconto).

Il cinghiale che uccise Liberty Valance di Giordano Meacci è un libro che, di mio, non avrei mai letto. Finalista allo Strega, è uno scritto cerebrale, denso, difficile (la scrittura non gli argomenti trattati), uno di quei libri che richiede la tua completa, totale e instancabile attenzione. Insomma, non ho ancora capito se mi è piaciuto o meno, è diverso dalle mie letture abituali e non lo avrei scelto, però è innegabile che sia un libro che vale la pena di leggere. Forse io non sono il lettore giusto, ecco.

Con Bacchilega è stata tutta un’altra storia. L’autore romagnolo ha partorito Più piccolo è il paese, più grandi sono i peccati: un giallo avvincente, coinvolgente e convincente. Soprattutto, convincente. Sarà che mi ha ricordato un amico lughese (ciao Franco :D); sarà che ero stanca delle atmosfere americane o pseudo-americane predilette dal gruppo di lettura che frequento; sarà che non ho capito l’assassino fino alla fine (cosa più unica che rara), metteteci tutti questi sarà, ma l’ho trovato un libro bello, onesto e ben scritto (tanto che l’ho proposto come lettura anche al gruppo di lettura che ho fatto partire in settembre).

Altro

Queste sono le cose pubbliche. Dopodichè, continuo a leggere per Klondike (il che mi sta insegnando più cose sulla scrittura di quante ne potrei riassumere su questo post); a luglio/agosto ho collaborato con un’azienda trentina per la stesura dei testi del loro sito (e, per la prima volta, ho consegnato una guida di stile alla fine); ho cominciato a popolare il profilo @spaghetti_folks su Twitter (dopo aver dato una mano ad organizzare il raduno SOD16); sono stata in vacanza (l’Ecuador e la Sicilia mi hanno insegnato moltissimo); ho fatto la volontaria in canile per un po’; sono diventata un po’ più hippie rinunciando alla macchina; ho compiuto trent’anni; ho fatto nuove amicizie; ho visto amici partire; ho imparato nuove cose; continuo a fare parte di un GAS (in cui c’è un omino del GAS che porta lo yogurt e questo farà ridere Nicola, Cristian, Chiara e Riccardo); continuo a bere più caffè di quanto dovrei; continuo a cucinare con piacere; continuo a frequentare il mio vecchio (in tutti i sensi) gruppo di lettura organizzato dalla biblioteca di Trento e ne ho fondato uno nuovo per leggere delle cose diverse (l’obbiettivo è leggere cose belle. Sei di Trento e vuoi venire? Fammelo sapere!). Insomma, la vita va avanti e, forse, anche questo blog.

La copertina rosa del mio racconto - emozione!

10 reazioni alla pubblicazione del mio racconto

Da un paio di settimane è disponibile il mio racconto sugli ebook store (il titolo: “È questa la fine?” – se non ce l’hai ancora, corri a comprarlo!).

Io sono mooolto fortunata e intorno ho persone davvero comprensive, che, per lo più, si sono interessate al mio lavoro. Una pubblicazione è comunque un buon argomento di conversazione e, a volte, l’entusiasmo mio e degli amici mi ha portato in complesse conversazioni con semi sconosciuti (alcuni anche stranieri) che hanno avuto delle reazioni davvero divertenti. Chissà se capita anche ad altri scrittori (Giulia Greco e Susanna Trossero, ad esempio, hanno pubblicato anche loro un racconto per ePink. Mariantonietta – la nostra instancabile editor – ha scritto qualcosa pure lei, ma non mi hanno mai raccontato com’è andata per loro). Spero che me lo facciano sapere ;).

Se riconoscete la vostra reazione, non inc….tevi: vi voglio bene lo stesso e, se vi ho inserito, è perché mi avete causato un momento ilare :).

1a. Chissene…


Per fortuna, di queste ne ho avute poche, ma il nostro lavoro spesso ci entusiasma al punto da diventare molesti. Non sto parlando solo di scrittori: idraulici, facchini, camerieri, blogger, developer e chi più ne ha più ne metta. Siamo tutti a rischio :).

1b. Complimenti!


Tra le righe, spesso, c’era un sottilissimo “Prendo atto. Punto.”, ma valgono lo stesso, no?

2. Beh, leggi talmente tanto..


Chiariamo una cosa: sì leggo molto e sì Stephen King ha detto che per essere buoni scrittori, bisogna innanzitutto essere grandi lettori. Ma NON VALE IL CONTRARIO! Non tutti i lettori hanno il desiderio di mettersi in gioco con la scrittura. Come non tutti gli amanti del vino sentono il desiderio di aprire un’azienda agricola (non una cantina – che nel paragone sono gli editori). Se non vale per gli appassionati di vino, perché deve valere per gli amanti dei libri?

Ps: il fatto che la lettura faccia parte della mia dieta quotidiana mi aiuta, ma di certo non fa di me una scrittrice.
Ps2: grazie a Goodreads, ho scoperto che ci sono persone che leggono molto più di me, tuttavia nella comunità dei lettori sono assolutamente nella media.

3. Quanto tempo ci hai messo?


Questa è la domanda delle persone con formazione scientifica (almeno nella mia cerchia). Di solito seguita da: “come fai? Per me sarebbe uno sforzo titanico. Anche con i temi a scuola facevo fatica a riempire una colonna e mezza!”.
Premesso che ognuno di noi ha un tipo diverso di intelligenza – i numeri non sono per niente miei amici, ad esempio – per soddisfare la necessità scientifica di misurazione ho fatto due conti:

Prima stesura: circa 200 ore
Prima correzione (typo e grammatica): circa 20 ore
Seconda stesura: circa 100 ore
Seconda correzione (buchi narrativi, altri typo, altra grammatica, sonorità delle parole): circa 65 ore
Varie (mail con l’editor, mail con la casa editrice, contatti e colloqui con i primi lettori): circa 50 ore.
Totale: circa 435 ore (pari a più di diciotto giorni, se ci avessi lavorato giorno e notte, cosa che ovviamente non ho fatto).

Ho lasciato fuori il tempo in cui la storia ha bisogno di maturarti dentro e fermentare; le pause tra una lettura e un’altra e il tempo di ricerca (perchè non riesco a quantificarlo visto che è cominciato ben prima della stesura del racconto).

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