Erika Marconato

Costantemente alla ricerca. Porto con me la voglia di imparare

Author: Erika Marconato (Page 1 of 14)

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Civic hacking: raccontaci la tua storia!

“Carissima è un sacco che non passi!”.

“Eh, cosa vuoi, sto lavorando ad un nuovo progetto…”

Prendo in prestito questo piccolo scambio avuto con la mia verduraia (adorabile contadina da cui prendo i prodotti direttamente, ma questa è un’altra storia) per annunciare anche qui Civic hacking: comunità informali, prototipi e Open Data, il nuovo progetto a cui sto lavorando con Matteo.

Cosa vuol dire “progetto”? Perché non libro?

Civic hacking è innanzitutto un libro, perché non chiamarlo con il suo nome? La verità è che di civic hacking in Italia si parla poco, ma se ne fa parecchio. Io, da brava cantastorie, sento l’esigenza di raccontarle queste cose, non solo in maniera statica – una volta stampato il libro resta tendenzialmente com’è. Sento l’esigenza di partecipare a conversazioni intorno al tema, di raccontare progetti, di sottolineare il positivo.

Sappiamo che il civic hacking esiste, ma ha bisogno di maggior attenzione: crediamo sia davvero un argomento che merita un filone tutto suo. Quindi, dopo aver capito che il libro avrebbe parlato di civic hacking, ci siamo detti: bene, di sicuro altri ne avranno parlato nel corso degli anni. Anche se recente, non è mica nato ieri.

Ci siamo sbagliati: ci siamo resi conto che in italiano non c’è nulla che approfondisca specificatamente il tema del civic hacking, anche se in Italia ci sono molti progetti e molte storie che meritano di essere conosciute e raccontate e che sono civic hacking per davvero. Raccontarle potrebbe stimolare una riflessione collettiva, specie per farle diventare delle buone pratiche.

Come vedi, anche Matteo ha bisogno di andare oltre al libro.

Per quanto mi riguarda, sono stanca di cadere nell’inganno del “se le cose sono sempre andate così, andranno ancora così” (e ci cado più spesso di quanto vorrei). Sono stanca perché è una bugia: me lo hanno dimostrato molte volte le persone della comunità di Spaghetti Open Data. Sono stanca perché è un errore: ci sono moltissimi italiani che si prendono cura della cosa pubblica, non solo tecnici o smanettoni. Sono stanca perché è uno stereotipo: credo sia difficile da sradicare proprio perché non c’è una narrazione concorrente, positiva, mantenendosi onesta, non tecno-entusiasta.

Quindi Civic hacking è un progetto, un tentativo di andare oltre, di hackerare lo spazio limitato del libro. Come? Oltre a scrivere il libro (se passi a trovarci, vedrai che il libro si sta inghiottendo la nostra casa), curiamo una newsletter settimanale (se ti interessa, compila pure il form che trovi a questo link http://eepurl.com/cUKXyH) e segnaliamo cose su Twitter usando #CivicHackingIT (lo monitoriamo anche, nel caso tu voglia segnalarci qualcosa lì). Parliamo come mangiamo per noi non è uno slogan: uno dei primi punti che abbiamo chiarito tra di noi è che ne abbiamo le tasche piene di professoroni che si riempiono le bocche di parole e non dicono nulla. Siamo parte di questo momento storico e di questo “movimento”, perché dovremmo usare parole vuote per raccontare storie piene di significato? Perché dovremmo presupporre di sapere tutto, quando ogni giorno c’è un nuovo modo per prendersi cura della cosa pubblica?

Raccontaci la tua storia di civic hacking!

Ai raduni di Spaghetti Open Data ho imparato ad ascoltare: moltissime persone all’interno della comunità mi hanno raccontato atti di cambiamento straordinari per il semplice fatto che prestavo loro orecchio. Economisti, giornalisti, cittadini, informatici, dipendenti della Pubblica Amministrazione. Molti mi hanno raccontato le loro storie, permeandole di “ma cosa vuoi che sia?” oppure “non è niente di particolare”, non sapendo che a me quei racconti sembravano straordinari, come le persone che li facevano. Straordinari per il semplice fatto di essere stati fatti: trovare un problema – per quanto piccolo – e studiarne una soluzione. Atti straordinariamente ordinari.

Tutto questo cosa ha a che fare con te? Tutto o niente, dipende. Dipende soprattutto da te, da come ti vedi nel mondo.

Serve riflettere su come diventare resilienti e includere altri che vogliano mettersi in prima linea e cogliere la bellezza e la fatica di questo modo di essere, per lasciarsi guidare dalla curiosità di rompere le cose e capire come sono fatte, come funzionano e poi migliorarle. Magari scoprendo che funzionano con pezzetti diversi, grazie a ricombinazioni differenti.

Se in questa visione ti riconosci; se hai una storia che coinvolga Open Data, prototipi, comunità informali e/o zone grige (quelle strane possibilità che si creano a volte. Parafrasando Pareto, l’innovazione sta nel creare nessi nuovi tra cose note); se hai fatto qualcosa di concreto per un problema reale (vuoi un paio di idee? Questo è quello che stanno facendo a Puerto Rico, questo è quello che stanno facendo dopo il sisma dello scorso anno, questo è quello di cui stanno parlando in Brasile). Tutti questi se, nel caso siano sì, sappi che vogliamo sentire la tua storia! Nonostante il libro non sarà un’antologia, vorremmo che i civic hacker italiani raccontassero con la loro voce quello che fanno, mentre io e Matteo definiremo cosa fa di un civic hacker, un civic hacker.

non solo tecnologia, ma un modo per scardinare vecchie abitudini, un modo per riprendersi il proprio ruolo di cittadini, un modo per risolvere problemi.

Ci interessa la tua esperienza: le persone cambiano, ma si spera che gli atti di hacking restino, si evolvano, trovino nuove soluzioni. Hai tra i 500 e i 3000 caratteri(spazi inclusi) per raccontarci il tuo atto di civic hacking. Raccontaci che problema hai individuato, come l’hai risolto (o hai tentato di risolverlo – anche le difficoltà trovano spazio), con chi (se vuoi mettere i nomi, ricordati di dirci anche che tipo di competenze hanno portato) e perché, secondo te, è un atto di civic hacking.

Nel caso tu decida di raccontarci la tua storia, per favore leggi ATTENTAMENTE le linee guida. Non è cattiveria, ma se non rispetti le indicazioni perdi tempo tu e perdiamo tempo noi.

Detto ciò, spero di inserire anche la tua storia tra quelle a cui ho prestato orecchio ;).

 

Ps. per mantenere la conversazione, aggiornerò il blog più spesso. Anche Matteo si è impegnato a raccontare qualcosa del processo nel suo di blog (http://www.dagoneye.it/blog/), nel caso ti piaccia di più una narrazione dal punto di vista di un “famoso civic hacker”.

library

Come e perché regalare i propri libri usati alle biblioteche

Piccola premessa numero uno, io vivo in affitto. Il che significa che, prima o poi, dovrò lasciare la casa in cui abito e trasferire tutti i miei possedimenti altrove.

Piccola premessa numero due, io leggo – di media – un centinaio di libri all’anno. Da quando ricordo. Il che implica che nei miei scaffali si sono accumulati parecchi volumi.

La conclusione a queste due premesse è che sono una grande fan del declutting da molto prima del successo di Marie Kondo. I libri entrano ed escono con una certa frequenza dalla mia casa: ogni volta che svuoto le librerie per svolverare, DECIDO cosa far tornare tra gli scaffali. Il resto – solitamente – viene donato. Per lo più, alle biblioteche. Nella mia vita ho donato libri ad almeno una ventina di biblioteche diverse, quindi ho accumulato un po’ di esperienza. Se non bastasse, ho pure lavorato dietro un paio di banconi dei suddetti uffici pubblici.

Come

Nonostante ci siano dei consigli generali per le donazioni, ogni singola biblioteca ha le proprie modalità specifiche per gestire le donazioni, quindi la prima cosa da fare è:

Chiedi alla/al bibliotecaria/o

Prima di fare qualsiasi cosa, parla con il personale. Io, in passato, per donare dei libri ho dovuto:

  • stendere elenchi specifici dei titoli;
  • mandare mail;
  • sottoscrivere form;
  • compilare moduli;
  • farmi accompagnare da uno specifico addetto alla postazione di un altro specifico addetto;
  • cancellare sottolineature a matita;
  • presentarmi in giorni specifici;
  • riportarmi a casa borse di libri perché la biblioteca non li poteva accettare.

Come dicevo, è fondamentale informarsi PRIMA su quale sia la modalità corretta (di solito basta chiedere ad uno qualsiasi degli operatori del front desk), per evitare di doversi riportare a casa pesanti libroni. Il che mi porta direttamente al come numero due.

Segui la procedura corretta

Se ti viene detto che bisogna compilare una lista/un form/un modulo di solito ci sono almeno un paio di motivi (e non sto parlando del sadismo dei bibliofili che vogliono vedere e giudicare). Una biblioteca è un ufficio pubblico e, in quanto tale, risponde ad un regolamento interno che regola le acquisizioni (i libri che entrano). Questo regolamento, a volte, può anche contenere indicazioni di come i libri possono/devono essere acquisiti.

Oltre al regolamento, il secondo motivo per cui esiste una procedura è che per entrare nel catalogo ed essere disponibile per i lettori, un libro deve essere scelto, catalogato, etichettato, plastificato: è un processo lungo e possono non esserci sempre risorse – bibliotecari/e – che lo possono seguire. La scrematura di quello che entra nell’edificio fisico è uno dei passi cruciali per impedire ad ogni spazio libero di riempirsi di volumi che non raggiungeranno mai gli scaffali (posso testimoniare di aver lavorato un paio di volte in una biblioteca comunale in cui il bagno del personale era stipato di scatoloni di libri, con un vistoso timbro “1990”, mai aperti, che avevano lasciato come unico spazio libero il water).

Non ti offendere se la tua offerta viene rifiutata

La toilette di cui sopra è un colorito esempio della situazione di molte biblioteche. Per quanto un edificio sia grande e pieno di personale efficente, se ci sono due cose che mancano sempre in una biblioteca sono spazio e tempo. Lo spazio per tenere tutto e il tempo del personale per fare ogni cosa. Non nego che ci siano persone inacidite dal tempo e dall’ignavia che avrebbero dovuto fare altro nella loro vita anche nelle biblioteche, ma di solito se la tua gentile offerta viene rifutata è perché ci sono dei motivi oggettivi: può essere un periodo caotico; il regolamento può contenere una clausola che vieta di accettare i libri donati (molti regolamenti nelle carceri, ad esempio, rifiutano tutti i libri che contengono riferimenti personali tipo nomi, indirizzi, sottolineature, numeri di telefono, ex-libris, etc.); la biblioteca potrebbe averne bisogno, ma non c’è personale per svolgere l’iter di acquisizione e finirebbero in scatoloni nel bagno. Oppure, semplicemente, non sono adatti.

Quello che vuoi donare è consono?

Mettiti il cuore in pace, se vuoi far entrare un cacciavite a stella su una vite con la testa a taglio sarai enormemente deluso. Così come se proponi dei libri in lingua ad una biblioteca che non ne raccoglie, oppure dei libri di argomenti specifici ad una biblioteca generalista, oppure dei classici integrali ad una biblioteca per bambini.

Se ti stai chiedendo “eh, ma come faccio a sapere se un libro è adatto o meno?”, ti ho anticipato creando una “consono check-list” in cinque comodi e semplici punti:

  • che tipo di biblioteca è quella a cui lo sto proponendo (archivio, generalista, specializzata, di libri in lingua, scolastica, per adulti, per bambini, per ragazzi, comunale, universitaria, privata, grande, piccola)?
  • Il libro è adatto alla specifica biblioteca (non stai portando una prima edizione di Shakespeare ad una piccola biblioteca comunale vero? Non stai portando un libro in tedesco ad un archivio specializzato in produzioni di lingua inglese)?
  • Il libro potrebbe essere controverso? (Non sto parlando di ingiusta censura, ma forse Lolita alla suddetta biblioteca per bambini non è il regalo giusto).
  • Ho parlato con il/la bibliotecario/a informandolo/a della mia intenzione di donare alcuni volumi (se la risposta è no, parlaci dannazione)?
  • Il libro è in buone condizioni/recente? (Ti posso garantire, anche senza aver mai parlato con il personale della tua biblioteca, che non vorranno mai un’enciclopedia del 1985 in trentasette volumi masticati dal tuo cane).

Se hai una risposta a tutte le domande della “consono check-list (e la numero 4 è sì) allora avrai un’idea se il tuo libro è adatto o meno.

Buone condizioni

LE BIBLIOTECHE NON SONO ALTERNATIVE ALLE DISCARICHE. E lo scrivo in maiuscoletto consapevole che, online, è come urlare.

Per quanto ti faccia sentire in colpa l’idea di buttare un libro, il fatto che tu non lo voglia più nei tuoi scaffali non significa che sia giusto portarlo in dono alla tua biblioteca. Anche qui ogni biblioteca ha i suoi standard, ma ci sono delle regole generali comuni più o meno a tutte:

  • se un libro abbastanza comune è macchiato di muffa, meglio se lo butti. La muffa è uno dei maggiori pericoli per i libri e raramente all’interno di una biblioteca c’è del personale dedicato specificatamente alla cura di questa infestazione (a meno che non sia un archivio di materiali rari);
  • se un libro è ingiallito, valuta bene prima di donarlo: è facilmente recuperabile in un’edizione nuova? Regala quella piuttosto. Il giallino è solo sulla sovracopertina o le macchie sono anche nelle pagine (fino a compromettere la lettura)? Dato che le storie invecchiano velocemente sugli scaffali (con una produzione di più di 60.000 nuovi titoli all’anno chi ha tempo di pensare a libri vecchi?), spesso anche l’apparenza conta per un libro a scaffale: io stessa tra due libri qualsiasi – stesso titolo, stessa edizione – tendo a scegliere il meno usurato. In generale, se il libro è in uno stato che ti permetterebbe di regalarlo senza imbarazzo ad un amico caro, allora potrebbe essere in una condizione adatta alla biblioteca;
  • se mancano delle pagine, meglio se lo proponi a qualche scuola dell’infanzia per dei lavoretti creativi (ricorda in questo caso di chiedere alle maestre anche sul contenuto perché ci sono bambini precoci, che magari già sanno leggere);
  • se ha dei buchetti (che possono essere causati da vari tipi di insetti), non portarlo in posti dove ci sono altri libri: questi insetti (che siano tarli, tarme, pesciolini d’argento o scarafaggi) trovano nutrimento e rifugio nei libri e prolificano, fino a diventare anche molto problematici;
  • se è un volume datato, sempre meglio proporlo per il riciclo creativo, uno perché le informazioni possono non essere più rilevanti, due perché potrebbe non essere utile inserirlo nelle collezioni della biblioteca (anche la narrativa, se non è stata riacquistata un motivo ci sarà). In ogni caso, chiedi al personale;
  • se un libro è già presente in biblioteca (cosa che si può appurare controllando il catalogo online), chiedi;
  • se un libro ha un contenuto problematico, chiedi.

Il libro che voglio donare è rilevante per il territorio in cui sono?

Shiyali Ramamrita Ranganathan – un celeberrimo bibliotecario indiano – ha detto “la biblioteca è un organismo che cresce”, il che significa, oltre all’ovvio aumento di volumi, che le biblioteche forniscono uno specifico servizio in uno specifico territorio/contesto e che da esso viene influenzato. Se un ricettario per dolci di natale in tedesco – forse – può trovare  posto nella biblioteca di Trento (che ha una sezione generalista che si chiama Biblioteca austriaca di libri in lingua tedesca), è ben difficile che trovi spazio nella collezione della biblioteca arcivescovile di Reggio Calabria:

  • il goal della biblioteca calabra è mettere a disposizione testi religiosi, soprattutto riguardo la chiesa cristiana in Calabria (quindi di un ricettario se ne fanno ben poco);
  • la biblioteca si trova in un territorio in cui non si parla tedesco, forse qualche scuola superiore lo propone come terza lingua, ma di sicuro non è un punto del mondo in cui sia molto diffusa.

Anche nel regalare i libri ricorda che sono importanti il cosa e il dove, sia del volume che della biblioteca.

Perché

Ora che ti ho scoraggiato con i vari “come”, lascia che ti racconti i perché. I primi dal punto di vista delle biblioteche, l’ultimo con il mio personalissimo sguardo.

Autofinanziamento

Attraverso il mercatino dei libri usati, i libri vecchi si trasformano in libri nuovi.

La biblioteca di Trento organizza un mercatino annuale a prezzo decrescente che nel 2016 ha fruttato più di 31.000 euro. Quella di Bassano del Grappa ha scelto di avere un mercatino permanente (con uno scaffale aperto dietro il banco prestiti) che ha venduto libri usati per circa 1.700 euro. Che, tradotti in libri nuovi, possono essere circa 1550 per le sedi di Trento (presupponendo che un libro nuovo costi all’incirca 20 euro) e 85 per la sede di  Bassano. Libri che altrimenti non potrebbero entrare nelle collezioni, che non potrebbero essere prestati, che non potrebbero essere letti.

Per quanto mi riguarda, le biblioteche sono da sempre le mie spacciatrici di libri: pur non potendo comprare libri nuovi, mi piace pensare che donando i miei libri usati, in qualche modo contribuisco anch’io alla salute della biblioteca stessa.

Cambiare vecchie edizioni

A volte i libri non vengono sostituiti perché non sono più rilevanti. A volte, semplicemente, perché non ci sono fondi per cambiarli. In una delle biblioteche in cui ho lavorato, ricevere un libro molto consultato in ottime condizioni era una fortuna. Certo, dovevamo comunque far uscire un volume dal sistema e sostituirlo con il nuovo volume, ma almeno potevamo prestare libri più nuovi (e rispondere un pochino meglio alle esigenze degli utenti).

Ridare

Per me, le biblioteche sono un servizio fondamentale: non solo per la mia voracità letteraria, ma anche per moltissimi altri aspetti puramente emozionali. Sono uno dei primi edifici che visito in una città nuova. Sono uno dei modi in cui entro in contatto con i miei concittadini. Sono posti in cui mi sento, generalmente, a mio agio.

Il fatto che il prestito non si paghi è, per me, fondamentale. Mi permette di:

  • fare ricerche (spesso anche parecchio strampalate);
  • mantenere ampli i miei orizzonti letterari (se dovessi comprare ogni titolo che leggo, probabilmente leggerei molto meno. Prendere un libro “così per provare” sarebbe molto difficile se dovessi pagare per ogni volume);
  • conoscere cose nuove (il che sembra una banalità – i libri sono fatti per quello, no? -, ma le biblioteche organizzano moltissime cose che non riguardano strettamente i libri. Uno dei punti chiave di una biblioteca efficace è proprio essere – secondo la definizione del manifesto UNESCO“il centro informativo locale che rende prontamente disponibile per i suoi utenti ogni genere di conoscenza e informazione”. Ecco perché si trovano biblioteche che organizzano CoderDojo, gruppi Linux, conversazioni in lingua italiana, conferenze e molto altro).

Da parte mia, ritengo che donare i miei libri in biblioteca sia un modo per riconoscerne il valore, non solo economico. Come se facessi volontariato, donare i miei libri (che sono un bene, non il mio tempo) mi permette di contribuire ad una cosa pubblica – cioè di tutti, non di nessuno. Di tutti, quindi anche mia.

 

L’immagine in evidenza è della Nasjonalbiblioteket  di Oslo.

Un uomo di fronte una vetrina di cappelli

Altre cose che ho scritto in giro

Come nasce un numero de Il Colophon? A volte come un incubo, un’ossessione, una ballata ascoltata una volta di troppo. Così, ospite da amici a Milano, ho ritrovato la bella canzone di Piero Ciampi che dà il titolo all’album Andare camminare lavorare e altri discorsi. L’ho ascoltata e riascoltata, come un mantra, una piccola mania, un ripetersi in un abisso, una voce che arrivava da lontano. – Michele Marziani, nel suo editoriale.

Anche per me questo numero de Il Colophon è nato così. Ascoltando e riascoltando alcune canzoni e altre parole. Oltre a quella di Piero Ciampi, ho riascoltato le canzoni dei Modena City Ramblers (cosa che non facevo da un po’). Per ricordare chi erano, che parole usavano e che parole avrei usato io.

Quando ho scritto le domande per Cisco avevo nelle orecchie le nostre canzoni (loro le avranno pure scritte, ma sono io che le ho consumate prima nel walkman, poi nel lettore CD fino ad impararne a memoria i testi). Perché Cisco (e Alberto e Giovanni) stanno tornando con un progetto che si chiama I Dinosauri. Alberto ne parla abbondantemente qui: http://www.cottica.net/2016/06/01/la-legge-del-folk-e-il-ritorno-dei-dinosauri/.

Una cosa che non c’è nell’intervista è quanto mi faccia strano pensare a quanto loro sono cambiati, a quanto io sono cambiata. Alcune cose che troverai sono: cosa significa essere dinosauri, perché serve continuare a raccontare, alcune sfaccettature dell’essere italiani, che ruolo ha il folk giurassico e perché la modernità funziona anche con I Dinosauri.

L’intervista integrale (e una meravigliosa foto in bianco e nero) la trovi qui: https://ilcolophon.it/i-dinosauri-un-ritorno-acustico-in-parole-e-musica-d62768caf4fd#.7dlezroj9.

I mondi della scrittura sono vasti e multiformi, variegati forse più di un continente: ogni scrittore che se ne va è la bandierina a mezz’asta in una delle Fortezze Bastiani che presidiamo il nulla letterario. Se ne vanno i poeti come Zeichen, i grandissimi del Novecento come Michel Butor, i “cannibali” mai pentiti come Tommaso Labranca. Passano attraverso l’età, la storia, lasciano un segno, dentro ai lettori, una virgola. – Sempre Michele Marziani nel suo editoriale

Ed è proprio perché Michele, come me, vede la scrittura come multiforma che ho potuto recensire Toccare le nuvole di Philippe Petite. Che non è uno scrittore, pur essendo un poeta. Per capire cosa intendo vi consiglio di leggere tutta la recensione qui: https://ilcolophon.it/toccare-le-nuvole-b15e63d9fab2#.o8su4rjn7.

Altre cose che mi hanno incuriosito dal momento della loro proposta: il pezzo su Fantozzi, quello su Montale e la poesia e il racconto di Giovanna Piazza.

Leggetene e condividetene!

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